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Gocce di pioggia tra la sabbia di Anna Dee – Primo Livello Adulti. Corso di Scrittura Online

Gocce di pioggia tra la sabbia
di Anna Dee

Corso Adulti – Primo Livello

La sabbia che conserva il calore del giorno si alza sollevata dal vento. Si aggrega prendendo la forma di un lungo serpente che, strisciando sulle dune, si ingrossa risalendo verso il cielo, illuminato da migliaia di stelle. Contro i profili d’onde, due figure avanzano a fatica verso l’ovest, un uomo e una donna soli. Si tengono per mano, il volto coperto da grandi fazzoletti di stoffa, gli occhi pieni di terra, persi in un oceano di colline che arrivano ad altre colline. Una distesa che pare infinita, finché in lontananza la luna appena sorta accende i bagliori di metallo della grande nave. Lei gli stringe forte la mano rivolgendogli uno sguardo dolce, mentre con l’altra mano trattiene e accarezza la grossa pancia. Sorride di un sorriso che lui non può vedere. A fatica scosta un lembo del fazzoletto e gli parla quasi urlando in mezzo al vento e alle nuvole di polvere.
─ Mario… Siamo arrivati…
Lui alza le sopracciglia, scuote la testa… Non capisce, ma la abbraccia e la stringe a sé.

***

Nuvole indaco e arancio si rincorrono nel cielo, strappato da lunghi lampi viola, rotolando sull’oasi di grattacieli lucidi di specchio, stagliati contro l’orizzonte. Si dirigono verso Piazza della Parabola, dalla quale partono come ragnatela lunghe strade liquide, terse dall’ultimo temporale. Mario Ventidue cammina a testa bassa. Non riesce ad apprezzare l’aria pulita né il profumo di carni cotte e verdure che scavalcano le finestre delle Persone Comuni, privi di lussi d’aria condizionata. Ha appena finito di lavorare e sta per prendere l’aeromobile lasciata un’ora prima sotto l’ombra degli alberi di Via dei Tigli, tra alte siepi di lillium rosa. Accende la vettura che viene sollevata da potenti soffi del motore. Gira la manopola accendendo la musica. Continue reading

Il Ritorno del Pettirosso di Cinzia Vianini

Un nuovo romanzo breve, a conclusione del percorso di tre livelli dei corsi online di scrittura di Moony. Questa volta la corsista che raggiunge il traguardo è Cinzia Vianini. Congratulazioni!

Il Ritorno del Pettirosso
Cinzia Vianini

Terzo livello adulti
Corso di scrittura online

Il racconto è anche scaricabile QUI

TASSO ZERO di Anna Maria Lisci – Primo Livello Adulti. Corso di Scrittura Online

TASSO ZERO
Anna Maria Lisci

Primo Livello – Corso Adulti

Lia correva, infagottata nel pesante capotto nero fuori moda, correva a perdifiato sul marciapiede. Ogni tanto scartava un passante , dribblava un bambino e allo stesso tempo tentava di non perdere di vista l’uomo alto e dinoccolato che correva davanti a lei. Lia lo stava inseguendo.
Erano le otto mezzo, le strade erano affollate di persone che si recavano a lavoro e di mamme che accompagnavano i bambini a scuola, il traffico era intenso, faceva stranamente caldo per essere una mattinata di fine primavera. La nuova stagione non era ancora veramente iniziata.
Anche l’uomo correva, le lunghe gambe da ragno sembravano quasi saltare, tanto ampie erano le falcate con cui avanzava, ogni tanto controllava con la coda dell’occhio a che distanza si trovasse la donna che lo inseguiva. Alla fine, girò l’angolo e subito quello successivo, urtò un passante che non gli badò, e quando gli sembrò di avere finalmente distanziato Lia, prese un’andatura più normale, si guardò intorno con circospezione  ed entrò in un vecchio palazzo maestoso.
Lia pensò che per essere un uomo di mezza età aveva davvero un’energia invidiabile. Non aveva rallentato un attimo, lei invece stava ansimando, era stanca e le faceva male un fianco, non era abituata a correre e quel dolore le ricordò che era lievemente sovrappeso e che era di mettersi a dieta. Si stupì dei pensieri semplici che le venivano in mente in quel momento. Cercò di non farsi distrarre da divagazioni inutili e cercò l’uomo con lo sguardo.
Per un attimo temette di averlo perso e si sentì mancare il fiato, invece riuscì ad individuarlo mentre svoltava in una via laterale, lo vide entrare in un vecchio palazzo e uscì dal suo nascondiglio.
La pensilina alla fermata dell’autobus, l’aveva riparata dallo sguardo dell’uomo ma non le aveva impedito di individuare la sua destinazione.
Riprese a correre per fermare il pesante portone di legno che si stava richiudendo lentamente alle spalle dell’uomo, lui aveva già preso a salire le scale e non si era reso conto di avere Lia alle calcagna. Cautamente la donna si sporse nell’androne verso le scale, il cuore le batteva così forte che per un attimo temette che qualcuno potesse sentirlo, poi quasi si mise a ridere e si diede della sciocca per avere avuto un pensiero così assurdo.
Contò i passi di lui e poi sentì un campanello.
Nascosta nel vano della scala, vide quella che sembrava una segretaria occhialuta e di mezza età aprire la porta.
La donna vedendolo così trafelato gli chiese se era tutto a posto. “Si, si. Lasci perdere… un’avventura… Non può neanche immaginare cosa mi è successo…” rispose lui.
Appena la porta si chiuse alle loro spalle, Lia percorse gli ultimi gradini di marmo consumato del pianerottolo. Cercò di ricomporsi, non si era resa conto che facesse così caldo, sbottonò il cappotto, cercò di allisciare i lunghi capelli neri alla bell’è meglio  e suonò il campanello.
La stessa segretaria aprì di nuovo la porta e sgranò gli occhi con un’espressione sorpresa quando la riconobbe, Lia approfittò del suo momento di confusione per spingerla di lato e spalancare la porta, entrò decisa e la guardò con aria di sfida.
“Cosa ci fa qui signora? Guardi che era stata convocata dall’altra sede… Non può stare qui… Deve andare via subito!” le disse la segretaria.
“NO! Io non me ne vado. Voglio vederlo subito!” rispose Lia agitatissima.
In quella che sembrava una sala d’aspetto sedevano diverse persone in attesa del loro turno. A sentire tutto quel chiasso, alcune di loro, uscirono nel corridoio per vedere cosa stava succedendo.
La segretaria si rese conto che stavano facendo una scenata di fronte a tutti e tentò di mandarla via spingendola delicatamente fuori della porta. “Non si può! Avanti signora si calmi….”
“Io non muovo da qui! Ha capito? Non me ne vado! Non mi muovo da qui se non parlo  con qualcuno… Mi tolga le mani di dosso e lo chiami… SUBITO!” Urlò Lia.
Attirato dal fracasso, l’uomo uscì finalmente dal suo ufficio per vedere a cosa era dovuto quel baccano. “Insomma..” le parole gli morirono in gola non appena riconobbe Lia, valutò rapidamente la situazione,  fece tornare i curiosi in sala d’aspetto, rimandò la segretaria alla sua scrivania non prima di averla rassicurata, prese Lia per un braccio e la guidò verso il suo ufficio.
Lia si era calmata e si lasciò portare dolcemente verso la sedia, si accomodò e restò in attesa senza dire nulla, prese tempo per guardarsi intorno, apprezzò le librerie di legno massiccio appoggiate alle pareti e stracolme di tomi e libri antichi, ammirò il marmo del pavimento, le finestre altissime e le tende di broccato pesante, infine, concentrò lo sguardo sulla scrivania antica e bellissima.
Si chiese come mai non ci fosse un computer, fissò lo sguardo su una pila ordinata di cartelle e sulla stilografica che era posata li sopra e rimase in attesa.
L’uomo chiuse la porta alle sue spalle, e sedette dall’altra parte della scrivania, Lia interruppe le sue osservazioni e alzò gli occhi su di lui. L’espressione dell’uomo era seria e severa ma si addolcì un poco notando i capelli scarmigliati e lo sguardo della donna che altalenava tra sfida e paura.
“Dunque – esordì – mi dispiace, ma non posso aiutarla, non so come abbia fatto a trovarmi, ma vede, lei era stata convocata dall’altra sede ed era lì che doveva andare, anzi che deve andare…. La stanno aspettando.”
“NO!  -lo interruppe Lia – Voglio una dilazione, non posso saldare adesso… Lei deve aiutarmi. Non me ne vado se non mi concedete un rinvio.”
L’uomo cercò di farla ragionare: “Mi dispiace, ma non è possibile, è contro le regole”
“Non è vero, – insistette Lia – io so che l’avete fatto altre volte… ho bisogno di un proroga! Non è giusto, ci sono tante cose che devo fare, ho bisogno che mi concediate una posticipazione, per favore, la prego…. Mi aiuti, perché ad altri si e a me no, non è giusto! Li ho visti quelli che stanno spettando. Sono sicura che a loro sarà concessa una proroga. Io non me ne vado, ecco! Non mi muovo da questa sedia! Dovrete darmi retta per forza”
“Mi dispiace, – le rispose l’uomo – non cambia niente, anche se lei rimanesse qui cent’anni non cambierebbe niente, e per quel che riguarda gli altri, se la può consolare saperlo, le proroghe erano già previste dal contratto. Non si fanno trattamenti di favore a nessuno.”
Rimasero  a fissarsi per un lunghissimo istante, lo squillo del telefono nero interruppe quel silenzioso duello tra volontà. Un dolore al petto l’avvertì che si era dimenticata di respirare nell’ansia di spiegare le sue ragioni.
L’uomo alzò la cornetta e rispose alla telefonata. Va bene, – disse – d’accordo, glielo dico io” si voltò verso Lia e le confermò ancora una volta che non potevano concederle proroghe.
Il tono dell’uomo aveva una nota così definitiva che finalmente fece comprendere a Lia che non c’era davvero nessuna possibilità di avere un rinvio.
Alzò lo sguardo verso il cielo e fissò le nubi che passavano, all’improvviso fu conscia di essere supina, l’asfalto era duro sotto la schiena e non sentiva più le gambe. Qualcuno le teneva la mano e le parlava, ma non riusciva a capire cosa le stesse dicendo, altri visi ansiosi e preoccupati erano chini su di lei, voleva chiedergli di spostarsi perché non riusciva a vedere bene, ma si accorse di non averne la forza, il respiro le usciva di bocca in rantoli spezzati.
Senti in lontananza l’ululato della sirena di un’ambulanza.
Ricordò all’improvviso l’auto che le piombava addosso mentre attraversava le strisce pedonali, ricordò l’urto, il volo e l’atterraggio brusco in mezzo alla strada e poi, si era ritrovata a correre.
Le veniva quasi da ridere ripensando a quell’inseguimento inutile. Si rese conto che davvero per lei non era previsto nessun rinvio, in qualche modo confuso si accorse che erano venuti a prenderla, piegò la testa di lato  e pensò che era davvero un peccato che fosse già tutto terminato.
Smosse dal vento, due file di Jacarande ai lati della strada, gettavano fiori e petali lilla sul suo corpo immobile, dando alla sua fine un senso quasi poetico.

RITORNO A CASA di Giulia Acquistapace – Secondo Livello Adulti. Corso di Scrittura Online

RITORNO A CASA
Giulia Acquistapace

Secondo Livello – Corso Adulti

Il sole quasi autunnale rifletteva i suoi tiepidi raggi sui tetti ingrigiti della zona adiacente a Monte Mario, specchiandosi nel placido Tevere che, alla stregua di un nastro argentato, attraversava da millenni, imperturbabile, la città eterna.
Omobono se ne stava allungato sulla panchina proprio nel parco, sull’altura adiacente a casa, a rimuginare.
Il lavoro era stato particolarmente stressante negli ultimi giorni e le recenti ricerche l’avevano assorbito persino nei giorni di festa, costringendolo in centrale attaccato al computer, a sfinirsi la vista fra elenchi interminabili. Spesso si trattava di centinaia di opere di collezioni private, talvolta di nomi e cognomi di compratori e venditori ad aste. Qualche volta diventava un vero e proprio rebus il confronto di dettagli per scoprire le fini differenze fra falsi e autentici.
Insomma, da quando era arrivato a Roma il suo compito era stato uno soltanto, in cui ormai era diventato il numero uno: il recupero di opere d’arte rubate.
In Polizia era uno dei più giovani addetti ai lavori: senza moglie e figli a cui badare, senza genitori da cui recarsi la domenica a pranzo, Omobono era stato scelto da subito dal Comandante per quel compito delicato, nonostante il ragazzo avesse storto in naso e opposto una tacita resistenza passiva per i primi tempi: si riteneva un tipo d’azione e l’idea di passare ore ed ore fra quattro mura, fossero musei e collezioni oppure l’ufficio, lo disturbava non poco.
Finché un bel giorno non s’era innamorato: un mezzo busto di marmo, probabilmente una Cerere,
trafugato durante il trasporto fra il laboratorio di restauro sulla Nomentana e la residenza del ricco proprietario in una traversa di Via del Corso. Quando aveva raccolto la denuncia e aveva visto la foto, era rimasto affascinato dalla dolcezza del volto della dea, dalla severa armonia del gesto che stava compiendo, allungando le braccia verso lo spettatore, porgendo un cesto pieno di spighe ormai perduto.
Indipendentemente dal valore monetario, comprendeva quanto l’immagine potesse significare per il proprietario, la cui famiglia la possedeva da generazioni.

Si era buttato anima e corpo nella ricerca, prima nello studio della simbologia, poi sulle tracce di presunti ladri.
Ci aveva dedicato mesi e mesi.

Finché ecco, un bel giorno di autunno, pochi prima di concedersi un pomeriggio al parco, ce l’aveva fatta.
Avevano organizzato la perquisizione, quindi il blitz e l’opera d’arte era tornata ad ornare la casa dei proprietari, i quali, entusiasti, avevano persino fatto pubblicare un ringraziamento speciale nel
“Corriere della Sera” del sabato successivo lodando l’abilità del dottor Omobono Bodini, proprio lui, nel riconsegnare alla loro galleria e al pubblico una statua di tale importanza.

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LA CAPANNA SUL GRATTACIELO di Sonia Scalia – Secondo Livello Adulti. Corso di Scrittura Online

LA CAPANNA SUL GRATTACIELO
di Sonia Scalia
Corso Adulti – Secondo Livello

*1*

È maschio o femmina? Da giorni non pensavo ad altro. A cosa sarebbe capace di fare mio padre se nel grembo di Masuri crescesse una “lei”.
Sedetti, mi rialzai impaziente e mi rimisi seduto. E lo feci ancora, ancora, e ancora una volta. Accendendo un sigaro dopo l’altro per calmare i nervi.
La sala d’aspetto della clinica di Mongledoy pareva un formicaio umano. D’altronde si trattava dell’unica struttura ospedaliera nel giro di migliaia di kilometri, dotata di una sofisticata apparecchiatura ad ultrasuoni, in grado di determinare il sesso del nascituro fin dai primissimi mesi di gestazione.
Perciò mi trovavo qui con mia moglie.
Ci aveva obbligati mio padre, succube com’è delle leggi non scritte del nostro villaggio, che privilegiano l’eredità del figlio maschio.
Sottoponevano da quasi due ore Masuri ai test illegali. E a breve il medico, la cui complicità aveva richiesto il pagamento di ben 500 rupie, mi avrebbe convocato per darmi la notizia: un figlio maschio equivaleva alla buona sorte, a un bacio beneaugurante in fronte. Era una promessa di salute e abbondanza, la cosa migliore che potesse accadere a un padre. Al contrario, una femmina a Tabù Nari era una disgrazia per tutta la famiglia. Una radice marcia da estirpare.
Da debellare sul nascere.
Finalmente il medico chiamò il mio nome, mi fece accomodare nel suo studio e cauto s’accertò d’aver chiuso la porta alle mie spalle, in modo che nulla di quella conversazione potesse uscire. Raggiunsi Masuri, stava seduta al lato opposto di una massiccia scrivania. Aveva il capo abbassato, chiusa in un silenzio rammaricato. Non alzò lo sguardo nemmeno quando le presi le mani tra le mie e gliele tenni strette.
«Con me sei al sicuro», le sussurrai per rassicurarla, anche se in fondo al mio cuore si agitava una tempesta.
L’espressione dipinta sul volto di mia moglie la diceva lunga sull’esito degli esami… E se mi sbagliavo? Avevo bisogno di sapere.
Un’urgenza disperata di sapere.
Il medico ci scrutò ambedue per qualche istante.
«Femmina. Mi dispiace, signor Pradesh». A quelle parole rabbrividii. L’uomo abbottonò un paio di bottoni del camice che teneva aperto sul petto, fissandomi con curiosità. Dopodiché non si fece scappare l’occasione di farmi una proposta, come se non potessi far altro che accettarla.
«Voi venite da Tabù Nari… Vista la situazione… con l’aggiunta di trecento rupie le posso prenotare l’aborto per la prossima settimana».
Non gli risposi. In quel momento pensai a mia madre. Chissà quante volte aveva vissuto una circostanza simile e quante lacrime amare aveva versato. Giunsi le mani al petto e mi congedai al medico cercando di non far trapelare alcuna emozione. Presi Masuri sottobraccio e insieme ci avviammo alla porta.
Nel tragitto di ritorno verso il villaggio, Masuri non parlava. Aveva lo sguardo perso nel vuoto e mordicchiava le sue labbra torturandole.
Allungai una mano e le passai le dita tra i capelli. A quel contatto le sue guance s’inondarono di lacrime. La strinsi forte a me.
Mai sarei venuto meno alle promesse che ci eravamo scambiati. Aspettavo solo di ascoltare cosa desiderasse il suo cuore. Sono un “uomo”, e forse era proprio questo il guaio, per ciò Masuri stentava a parlarmi. Eppure sapevo di essere diverso dagli altri uomini di Tabù Nari, mia madre me lo aveva fatto notare nel giorno del nostro ultimo saluto, e soprattutto ero diverso da mio padre. Non volevo più essere un vigliacco! Era ora di dimostrarlo.
Il tuk tuk su cui viaggiavamo traballava lungo le strade dissestate. Masuri tremava tra le mie braccia. Tremava, ma di paura.
D’un tratto il tremore del suo corpo si placò, prese la mano con cui la accarezzavo e se la poggiò sul ventre. Poi annuendo col viso rischiarato da una nuova luce, mi chiese un giuramento.
Le giurai di dare un futuro a nostra figlia. Un futuro migliore di quello toccato a mia madre, toccato a tutte le donne nate e mai nate nella mia terra. Glielo giurai.
A mio padre raccontammo la bugia che voleva sentirsi dire.
«È un maschio!»
Preso dall’entusiasmo il mio vecchio rispolverò un turbante arancio vivo e lo indossò per i festeggiamenti. Bevve una tazza di bevanda liquorosa e mi obbligò a fare lo stesso, ad andare di capanna in capanna per dare la bella notizia.
«Un nuovo Pradesh» urlava. Avrebbe lavorato in bottega e ricevuto alla nascita il cofanetto con gli attrezzi da falegname come ogni Pradesh prima di lui: uno scalpello, un punteruolo, un martello e una pialla. Un mestiere grazie al quale il nostro nome si sarebbe tramandato nei secoli.
Lo osservavo con il terrore nel cuore, temendo a ragion veduta per mia moglie e mia figlia. Quella bugia aveva il tempo contato. Presto Masuri avrebbe dato alla luce una bambina. Dovevamo scappare. Fuggire dal villaggio. Le mie donne meritavano un’occasione grazie a cui anche la morte di mamma Bontasa sarebbe stata riscattata. Dovevamo fuggire. Fuggire dove la vergogna di mio padre e del mio popolo non ci avrebbe trovato. Ma dove?

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