PENSIERO CREATIVO, PENSIERO FILOSOFICO LA NECESSITà DI SCRIVERE

di Moony Witcher

“Scrivere il mondo da scoprire”

“La scrittura è l’ignoto. Prima di scrivere non si sa niente di ciò che si sta per scrivere e in piena lucidità. E’ l’ignoto di sé, della propria mente, del proprio corpo. Non è neppure una riflessione, scrivere è una facoltà che si ha fuori di noi, parallelamente a noi, di un altro che appare e si fa avanti, invisibile, dotato di pensiero, d’ira, e che talvolta, per questo stesso motivo, è in pericolo di rimetterci la vita. Lo scritto arriva come il vento, è nudo, è l’inchiostro, è lo scritto, e passa come niente altro passa nella vita, niente di più, se non la vita stessa”.

                                                                                                                                                          “Scrivere” di Marguerite Duras, Feltrinelli, 1994

La capacità di riflettere, intuire ed esprimere quello che sentiamo osservando il mondo che ci circonda, ha come obiettivo primario quello di comunicare agli altri ciò che pensiamo.

Ciò che “siamo” in quel momento e in quella circostanza.

E se il nostro apprendimento si manifesta anche attraverso il gioco, possiamo ben dire che in questa “libertà d’azione” la creatività e la fantasia possono sfociare liberamente.

Ma imparare-giocando non significa appropriarsi di un metodo educativo “più facile” di altri, bensì è una precisa scelta psicopedagogica che richiede ampia e specifica preparazione da parte di insegnanti e operatori del settore che l’adottano.

Se la creatività è la strada attraverso la quale si può giungere ad un livello di espressività originale ed unico, ne consegue che l’infanzia e l’adolescenza sono i periodi dell’uomo più luminosi, ricchi e fecondi. E per questo spesso difficili da affrontare.

Non dobbiamo pensare che “sollevare” la parola dal pensiero possa essere solo opera della tecnica, della computerizzazione.

Certo, viviamo nel mondo dell’informatica, dell’AI ma internet e la comunicazione multimediale non possono prescindere dall’intima necessità di avere contatti umani, verbali, scritti e vissuti concretamente e non solo virtualmente. La stessa comunicazione multimediale è una conquista della cultura contemporanea dove prevale la velocità e l’immediatezza delle informazioni rispetto alla riflessione e alla scelta dei contenuti che, in tal modo, vengono esplicitati e assorbiti ma non “ingoiati” e “digeriti” dalla coscienza. Dalla nostra mente.

La tecnica è certamente utile all’uomo ma essa affonda le radici nella cultura umanistica che non è eliminabile.

“Quando leggo certi libri penso quanto era basso il soffitto della stanza dove quei libri erano stati scritti, quanto incurvata era la gobba dello scrittore, a cui mi sembrava di dover chiedere: ma costui sa ancora danzare, saltare o almeno camminare”, scriveva il giovane Nietzsche, e questa sua ironica e “antica” visione del libro e dello scrittore non deve essere gettata in cantina ma tenuta dentro il cuore dei cosiddetti “giovani informatizzati”.

Credo che con il computer possiamo “avere” molta memoria, dati e informazioni. Dati e informazioni che abbiamo comunque messo noi dentro al computer. La scelta è solo nostra.

Noi siamo l’origine del nostro futuro e non possiamo abbandonare dolore e piacere, riflessione e genialità perché tanto è la macchina che ci darà le risposte. Non dobbiamo dimenticare che alla base della comunicazione c’è la nostra storia di “animali sociali”: uomini che hanno creato la letteratura, la poesia, l’arte, la musica e la scienza. Lo scibile che si tramanda di secolo in secolo non può essere relegato al solo passato, anzi, sempre più i giovani sentono l’incessante impulso di parlare, confidare ed esprimere le loro opinioni garantendosi un pezzo di “cielo” nel firmamento dei pensieri, delle parole, dei sentimenti. Gli strumenti per farlo possono cambiare nel tempo ma l’insopprimibile desiderio di comunicare con gli altri resta basilare. E l’originalità e la diversità di espressione di ognuno di noi è il “marchio” con il quale ci poniamo di fronte all’altro.

È il nostro Dna creativo.

La creatività è quindi un linguaggio assolutamente individuale, intimo, complesso e irregolare. Irregolare nel senso che non risponde a regole precise e a stadi di apprendimento rigorosamente stabiliti dall’età del soggetto (la metodologia piagetiana non è da prendere come somma di assiomi). La creatività è pensiero puro, è l’espressione libera, è l’oro che ogni bambino possiede e che troppo spesso resta in fondo all’anima, alla sua psiche, al suo mondo interiore e profondo.

Studenti, insegnanti ed educatori, hanno il dovere di cogliere, arricchire e soprattutto comprendere il pensiero-bambino. Un pensiero che ha bisogno di rispetto e di aiuto.

I bambini sono il nostro futuro. Non è un’affermazione banale, è la verità che accompagna ogni nuova generazione.

La capacità di adattamento dei bambini al mondo-adulto va seguita senza ostacolare la libertà di espressione. E quando parlo di espressività e creatività non mi riferisco ad un concetto simbolico che riporta al senso banalmente artistico di questi termini. Bensì al valore primario di lasciare aperta la porta del pensiero infantile che non può essere solo interpretato per la sua ingenuità. I bambini, spesso e sempre di più, ci sanno riportare su una linea di razionalità talvolta sorprendente.

L’approccio pedagogico-educativo al quale mi riferisco è quindi quello che punta fondamentalmente a scorgere ciò che il bambino può dire, fare e capire e non tanto ciò che già sa dire, fare e capire. Mi riferisco a quell’area che lo psicologo russo Lev Semënovič Vygotskij definiva “prossimale” o “potenziale”. L’area che contiene quell’oro di cui ho parlato prima. Quella preziosità ed unicità che è propria di ogni singolo bambino o adolescente. Ed è proprio in quest’area che è necessario intervenire come educatori ed insegnanti.

È nelle risorse ancora inespresse che si formula il pensiero creativo: il pensiero delle idee possibili non ancora dichiarate secondo la logica del linguaggio comune, sia esso verbale o scritto.

Il discorso cade quindi in una nuova formulazione metodologica che vede la creatività come quel filo che unisce l’area potenziale a quella in atto, cioè a quella già espressa.

Scrivere può essere un gioco. Ma non lo è affatto!

Scrivere può diventare una passione che svela creatività e fantasia, angoscia e felicità, curiosità e riflessione. Ed ecco che il metodo pedagogico diventa uno strumento nel quale la filosofia, intesa come metodologia di pensiero, entra in maniera preponderante.

Possiamo dire che si può apprendere anche filosofeggiando.

Insomma, la capacità del bambino di assumere informazioni non è né maggiore né minore di quella degli individui adulti: è solo diversa.

Ed è appunto in questa diversità che si trova la chiave di lettura che può aprire la porta delle idee. Ecco perché la filosofia può essere stimolante, emozionante e liberatoria. La filosofia si riconosce come insegnamento soddisfacente non quando gli studenti hanno imparato a ripetere come pappagalli ciò che hanno detto i filosofi, ma quando gli studenti hanno imparato a pensare a se stessi in modo filosofico.

Il “gioco” filosofico, l’apertura ludica verso il mondo può quindi rappresentare un interessante percorso per far affiorare la creatività del pensiero-bambino.

L’incanto del mondo-bambino non può cadere negli abissi dell’ignoranza e della povertà intellettuale. Troppo spesso i nostri occhi adulti non sanno vedere la gioia racchiusa nello scrigno della vita di un adolescente. La filosofia può aiutarci a interpretare il pensiero-bambino. Un pensiero che contiene non un mondo ma mille, milioni e miliardi di universi.

 

 

Moony Witcher

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