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Lettrice accanita, crafter di tutto ciò che è creativo, blogger da una vita.

Intervista: il blog Racconti in cerca di lettore parla con Moony

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Beatrice e Greta, del blog Racconti in cerca di lettore, parlano con Moony della sua esperienza di lettrice e scrittrice.

Che tipo di lettrice sei? Che tipo di libri preferisci?

Sono una “multilettrice”, nel senso che leggo due o tre libri nello stesso periodo. Magari a giorni alterni. Questo mio modo di approcciarmi ai libri nasce tanto tempo fa, quando frequentavo la facoltà di filosofia. I saggi filosofici richiedevano concentrazione, così mi dilettavo ad alternarli con testi di psicologia e pedagogia. Ora rileggo gli antichi filosofi greci e li alterno con romanzi di varia natura, dal thriller al romanzo storico. È molto difficile che un solo testo mi rapisca in solitaria tanto da terminarlo in due giorni.

Scopri di più sul loro blog, qui

Ai tempi del virus. Cento voci tra sentimenti e realtà

Moony partecipa al progetto ai tempi del virus con il breve racconto “Lo svelamento del bruco”. La raccolta, che include 100 firme prestigiose, è ora disponibile gratuitamente in ebook.

Ai tempi del virus. Quando la nostra vita non fu più quella. Cento voci tra sentimenti e realtà

ai trump del virus cento voci all around edizioniEdizioni All Around
Pagg. 368
Prezzo € 10,00

“Cento voci tra sentimenti e realtà”, il sottotitolo aggiunto a questa edizione, ci racconta che questa volta, a prestare la propria firma, sono ben 100 autori: giornalisti, scrittori, militari, medici, politici, religiosi, economisti, storici, sociologi che, in assoluta libertà, si sono cimentati in un’opera collettiva unica nel suo genere. Questo libro è un viaggio, a tratti fiabesco, a tratti amaro, nelle sensazioni, negli stati d’animo, nelle angosce e nelle speranze che hanno accompagnato la nostra cattività.

È un modo per salutare il ritorno a una “normalità” che sotto molti aspetti non sarà più, inevitabilmente, quella che ci lasciamo alle spalle e per scandagliare con consapevolezza e spirito critico, talvolta anche con ironia, le mille sfaccettature della fase che abbiamo vissuto e di quella che ci attende.

Scrittura: lezioni, corsi e workshop online

Scrittura: corsi e workshop online

A giungo e luglio Moony continua con le lezioni individuali su Skype.

In collaborazione con Metis, però, l’offerta si allarga con corsi e workshop e l’aggiunta di altre due incredibili insegnanti, le scrittrici Cecilia Randall e Roberta Dieci.

Per informazioni, contattare l’insegnante ai seguenti recapiti:
Moony Witcher: sestaluna@moonywitcher.com
Roberta Dieci: metis.lezioni@gmail.com
Cecilia Randall: workshop@ceciliarandall.it

Ricordi – 10 – LA DONNA CHE VOLA di Moony Witcher

Ho un ricordo nitido della mia infanzia. Anche dei primissimi anni.
Scene, rumori e profumi che ancor oggi mi tengono compagnia.
Dieci brevi racconti che ora dedico a tutti coloro
che nel “Tempo del Coronavirus” possono leggere in pochi minuti.

Ricordi - 10 - LA DONNA CHE VOLA di Moony Witcher - racconto a puntate di Moony WitcherMi ero preparata per quel giorno così speciale chiudendomi per ore dentro l’armadio. Con spago e una manciata di puntine ero riuscita ad attaccare all’interno una torcia a pile che penzolava come un lampadario artigianale. Raggomitolata sul fondo leggevo avidamente i romanzi di Verne e De Amicis ma quello che preferivo era “Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie” di Lewis Carroll. L’avevo letto così tante volte che lo sapevo a memoria. L’anomalo rifugio dell’armadio non fu accettato da mia madre. Non capiva perché mi nascondessi per leggere, gettando sul pavimento gonne e cappotti. L’armadio non era più quel mobile che conteneva vestiti. Ma conteneva solo me e le pagine da leggere.
In effetti era difficile farle capire che avevo bisogno di un luogo stretto e piccolo per poter viaggiare con la mente. Per rinascere standomene china sui libri, una posizione che assomigliava molto ad un feto quando sta dentro la pancia della mamma.
La lettura diventò per me la possibilità di avere un’altra vita. Quella dove l’avventura, la magia e la fantasia aiutavano a superare paure e dolori.
I libri mi davano quella forza che cercavo. Il coraggio di mostrare che non ero così sciocca come diceva la maestra di quinta elementare.
Sì, forse non sapevo risolvere bene i problemi di matematica.
Sì, forse non capivo il senso della geometria. O meglio, comprendevo tutto ma non m’importava dimostrarlo. C’era quell’onda nera che mi travolgeva. Una marea che saliva dentro di me tanto da farmi annegare di lacrime. Erano già trascorsi degli anni dalla morte di mia sorella ma quel dolore si ripeteva ogni giorno e spiegarlo agli adulti era impossibile.
Anche perché, gli adulti, troppo spesso dimenticano di essere stati bambini.
Insomma, dovevo essere forte e superare l’angoscia. Dovevo riempirmi di gioia e meraviglia per affrontare la donna che vola.
I libri sapevano darmi ciò che mancava.
E poi, andare davanti a colei che aveva sfidato il cielo, non era affatto un’occasione banale. Quanti altri bambini avrebbero potuto farlo?
Eccitata a mille avevo guardato la sera prima il telegiornale assieme ai miei genitori, e le immagini di quella signora speciale scorrevano come in un film.
“Domani a pranzo la incontrerai”, disse mio padre gongolandosi sulla poltrona.
E così fu.
M’incamminai con una mano dentro a quella di mio padre e con l’altra stringevo un peluche di giraffa. Ero emozionata in mezzo a tanta gente seduta attorno a lunghi tavoli imbanditi di leccornie e fiori.
Il ristorante dell’Hotel Bonvecchiati, a pochi passi da campo San Luca, era affollatissimo!
Lei, bionda, con la divisa dell’aeronautica sovietica, allargò le braccia e mi venne incontro. Le porsi la giraffa e l’interprete subito le tradusse la timida frase che ero riuscita a dire: “E’ per sua figlia”.
Eh sì, Valentina Tereshkova, bellissima astronauta, prima donna andata nello spazio nel 1963, ora era davanti a me.
Prese la giraffa, sorrise e ringraziò. Poi si chinò e mi baciò sulla guancia destra.
Rimasi a fissarla inebetita. La donna che vola era proprio una persona in carne ed ossa, non un personaggio inventato! Sapere che era salita oltre le nuvole mi procurava una gioia indescrivibile.
Se lei era riuscita a toccare le stelle. Se aveva visto la luna da vicino, allora anch’io potevo farlo. Potevo volare là in alto, nell’infinito e sconosciuto universo. Volare lontano dai dolori e dalla realtà che non mi apparteneva. Sono sicura che tutta la fantasia che ora scrivo nei romanzi per bambini viene da là. Dalla mia infanzia di libri letti con voracità, di giochi con le amiche, di solitudini buie e sofferenze che segnano la vita e lasciano profonde cicatrici.
Il volo è difficile per tutti. L’importante è saper spalancare le ali e mai temere di cadere. E’ accettare di crescere e capire la vita, senza però dimenticare di essere stati bambini.
E sempre quel giorno capii anche questo. Al ritorno dal pranzo mio padre non mi tenne più per mano: “Cammina al mio fianco. Ma da sola”.

Ricordi – 9 – BERRETTO VERDE di Moony Witcher

Ho un ricordo nitido della mia infanzia. Anche dei primissimi anni.
Scene, rumori e profumi che ancor oggi mi tengono compagnia.
Dieci brevi racconti che ora dedico a tutti coloro
che nel “Tempo del Coronavirus” possono leggere in pochi minuti.

Ricordi - 9 - BERRETTO VERDE - racconto a puntate di Moony WitcherEntrare in Corte Mosto era come approdare in un piccolo paradiso. C’erano tanti gatti che ronfavano in mezzo all’erba.
Appena attraversavo il sottoportico, salivo sulla scala in pietra ed entravo nella dimora di Margot, incredibile artista che con le canzoni e le marionette affascinava il mondo degli adulti e di noi bambini. Suo figlio, Andrea Liberovici, era già un bimbo geniale. Ora compositore e fine musicista. Era non solo divertente stare con lui davanti al pianoforte, perché l’importante era l’atmosfera libera e vivace che si respirava insieme. Ma l’armonia di Corte Mosto aveva tanto altro da regalarmi, e il dono dell’amicizia lo trovavo anche in un’altra casa, quella che spuntava in fondo alla Corte.
In quella casa abitava Fiorenza, la mia cugina preferita. Amare gli animali e la natura erano valori che condividevamo e per questo le ore trascorrevano liete nel giardino con gli alberi da frutto. Ma quando arrivavano i mesi freddi, con il permesso dei rispettivi genitori, c’era un posto dove andavamo con un entusiasmo esplosivo: il Luna Park!
Le giostre occupavano tutta la Riva degli Schiavoni fino ad arrivare al ponte per andare verso l’Arsenale. L’ultima giostra, però, era la più paurosa: quella dei mostri. Con fantasmi e scivoli, ragnatele e vampiri. No, là non ci andavamo! Fiorenza ed io preferivamo l’autoscontro e i dischi volanti. E con i soldini in mano compravamo i gettoni e lo zucchero filato. Ci sentivamo invincibili sopra i dischi volanti e premere il pulsante per sparare colpendo inesorabilmente tutti gli altri era un grande soddisfazione!
Ragazzine birichine che non avevano ancora la minima idea di cos’erano i ragazzi. Ma c’è sempre la prima volta. Un indizio. Un’emozione. E avvenne tra una giostra e l’altra. Ci eravamo accorte che un paio di maschietti ci stavano alle calcagna. Mostravano interesse in un modo assai ridicolo. Ci seguivano tentando qualche goffa confidenza. Un saluto, un sorriso e occhiate minacciose.
La nostra reazione fu di scoppiare in una risata. Correvamo come pazze per seminarli. Ricordo che uno di loro indossava un buffo berretto di lana verde. Era impossibile non notarlo. Lo scambio di battute non troppo amichevoli avvenne durante la sfida sull’autoscontro. Colpi rimbalzanti e giri del volante. Non eravamo bravissime a pilotare, però la vittoria fu nostra! Colpiti ed affondati!
Le insegne colorate delle giostre presero a luccicare, stava calando la sera e l’obbligo perentorio di ritornare a casa per le 6 del pomeriggio non si poteva dimenticare. E allora la corsa verso il vaporetto che ci riportava alla Giudecca diventava una vera gara di velocità.
Salite a bordo io mi girai verso la riva. Riconobbi quello con il berretto verde che se ne stava impettito davanti all’imbarcadero. Alzò un braccio e mosse la mano in un saluto che fu un addio.
Mai più rivisto. Mai seppi il suo nome. Fiorenza continuò a ridere a crepapelle. Quel giro alle giostre ci fece scoprire che stavamo crescendo. Senza più bambole ma con lo specchio che mostrava i primi segni di un’acerba femminilità.

Ricordi – 8 – LA MADONNA di Moony Witcher

Ho un ricordo nitido della mia infanzia. Anche dei primissimi anni.
Scene, rumori e profumi che ancor oggi mi tengono compagnia.
Dieci brevi racconti che ora dedico a tutti coloro
che nel “Tempo del Coronavirus” possono leggere in pochi minuti.

ricordi 8 La Madonna - racconto a puntate di Moony WitcherNon andavo in chiesa. Non avevo una fede religiosa. Non vestivo con la nuvola di velo quando era il tempo delle Comunioni e delle Cresime. Niente coroncina in testa, niente festa.
Insomma, non ero una piccola sposa come tutte le mie amiche che camminavano verso la chiesa del Santissimo Redentore, alla Giudecca, per partecipare al sacro rito.
La madre di mia mamma, nonna Tisana (sì, si chiamava proprio così), ebbe un’idea per allietare quel giorno per me buio e triste. Mi comprò un bellissimo vestito bianco e blu con tanti fiorellini in evidenza. La sottogonna in velo mi gonfiava come un palloncino e così, anch’io, mi sentii un po’ come le altre. Presa per mano andai in famoso ristorante di Rialto per festeggiare la non-festa. Apprezzai molto nonna Tisana e a pranzo mangiai avidamente tutto quello che il cameriere portava. Eppure, nei giorni successivi, rimasi con il dubbio che dentro la chiesa succedesse qualcosa di straordinario. Un segreto che le altre bambine scoprivano ed io, invece, ne rimanevo all’oscuro.
Cosa mai accadeva in quella grande costruzione con i crocifissi e la scalinata che portava al portone della fede?
La curiosità mordeva lo stomaco e con una banale scusa uscii di casa e attraversai tutta la fondamenta delle Zitelle, scalai il ponte e arrivai con il fiatone davanti alla chiesa. Era un pomeriggio assolato e la scalinata era deserta. Con un certo timore varcai il portone e subito mi avvolse un profumo d’incenso. Enorme, potente, maestosa, la chiesa mi accolse nel silenzio. Nessuno stava pregando e le panche di legno erano vuote. Davanti a me solo l’altare. Ai lati tanti quadri di santi con sguardi estatici. M’incamminai lenta e il rumore dei passi rimbombò facendo sentire la mia anomala presenza. Fui attratta da una statua che s’innalzava alla mia destra, poco prima dell’altare. Raffigurava una donna velata e vestita d’azzurro, totalmente illuminata da lunghe candele bianche. Le fiammelle danzavano nell’aria e quell’immagine fu per me un richiamo fortissimo. Era la Madonna, e lo capii perché tante donne e molte mie amiche, avevano una medaglietta d’oro appesa al collo che raffigurava proprio quella donna.
Con una certa apprensione mi posizionai davanti alla statua. Lo sguardo dolce e fisso di quella donna era un po’ inquietante ma anche invitante. In piedi e con le mani dietro la schiena, la osservai per alcuni minuti. Poi, di getto, le parlai: “Se davvero esisti, rispondimi. Muoviti! Solo se lo farai io ti crederò”.
Le lasciai il tempo per vedere se reagiva. Se davvero poteva spiegarmi il mistero della fede. Se era così sbagliato non indossare il vestito da sposa per la Comunione e se era così grave non conoscere le preghiere.
La statua, ovviamente, rimase immobile. Solo le fiammelle delle candele continuarono a danzare. Abbassai gli occhi e pensai che la risposta non arrivava poiché non lo meritavo. Io ero quella diversa. Ero sbagliata. Ero la bambina che stava fuori dalla porta nell’ora di religione. Ero fuori dalla convenzione delle regole, fuori dalla grazia e della compassione.
Me ne andai a testa china, convinta che nella vita avrei dovuto cercare la quiete e la speranza solo dentro di me. Bambina senza velo ma con la forza di correre su un sentiero impervio, unico e reale.