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La casa dei misteri di Elisa Consiglio (corso di scrittura online Bambini – Primo Livello)

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La casa dei misteri
di Elisa Consiglio
Corso di scrittura – Bambini – Primo Livello

Perfetto.
In ritardo.
Il primo giorno di scuola.
In terza media.
In una scuola nuova.
Miseriaccia.
Sistemai il colletto della camicia a fiori e mi pettinai i capelli come potevo.
Presi un bel respiro.
Bussai, sperando di sentire “avanti” nè troppo presto né troppo tardi, tendendo l’orecchio.
Le risate e il chiacchiericcio al di là della porta si placano.
Una voce severa risponde.
Abbassai la maniglia e…che accidenti di espressione facciale faccio adesso?
Sorrido? Faccio la seria? Formale? Sciolta? Troppo tardi.
Quella porta cigolava. E c’era silenzio.
Perdincibacco.
Je suis … dans …la mérde. Sì, imprecare mentalmente in francese è decisamente più liberatorio che farlo in italiano.
“Scusi il ritardo” dissi con voce un po’ impacciata ad una giovane professoressa bionda” Ma in segreteria hanno avuto qualche problema nel dirmi dov’è la classe e…”deglutì” sono la nuova alunna, Annalisa Rossi.”
“Buongiorno” diamine, mi ero dimenticata di dirlo!
“Sono la professoressa De Santis, insegno italiano e storia” mi accennò un sorriso” Puoi andare a sederti lì”
Mi indicò l’ultimo banco della fila centrale, dov’era seduto un ragazzo di media altezza, piuttosto minuto, i capelli castani spettinati e gli occhi grigi sorridenti.
Avanzai velocemente verso il mio nuovo posto, ringraziando mentalmente il cielo per non avere il trolley, che mi avrebbe dato fin troppe difficoltà a districarmi nel labirinto delle cartelle.
Feci scivolare rapidamente lo zaino dalle spalle prima di sedermi, le spalle un po’ rigide. Dovrei rilassarmi, salutare, sorridere…
“Ciao” mi voltai verso il mio compagno di banco, che mi guardava sorridendo mentre mi porgeva la mano sinistra. Era mancino?
“Sono Luca…tu sei Annalisa , giusto?”
“Giusto, ma preferisco se mi chiamano Lisa” risposi stringendogli la mano.
“La De Santis non è male” iniziò “ma i suoi discorsi di inizio anno scolastici sono qualcosa di veramente infinito.”
Era un chiacchierone, si capiva dalla disinvoltura nello sporgersi leggermente verso di me, mentre cercava riparo dietro la schiena di un tipo piuttosto alto. Dovevo decidere se quello era un bene o un male.
“Comunque…tra tre ore saremo fuori da qui, ma credo che inizierò a farti domande ora che aspettiamo i ritardatari. E dire che è il primo giorno” scosse la testa “Da dove vieni?”
“Frascati, vicino Roma” risposi “Tu hai sempre vissuto qui?”
“A Chiara Valle? Sì e conosco praticamente tutti. Ti è andata bene, dato che potrei presentarti tutta la scuola e mezzo paese” mi fece l’occhiolino “e dove abiti di preciso?”
“Nella villa sulla collina, hai presente?”
“Certo che ho presente. È la casa dei misteri.” Il suo tono si era fatto cupo, come quando si tenta di fare una voce cavernosa per raccontare una storia dell’orrore.
Corrugai la fronte :”La casa dei misteri?”
Il ragazzo annuì, l’aria grave:”Si dice che la casa si mantenga in condizioni perfette mentre le famiglie che la abitano incontrano la loro fine con morti tragiche e tormentate” sussurrò.
Okay. Ero sinceramente perplessa.
La professoressa richiamò la classe all’ordine. Evidentemente erano arrivati tutti.
“Bene ragazzi” iniziò la giovane donna “Potreste farmi i nomi di alcuni autori che andremo a studiare quest’anno?”
Silenzio totale. Non sapevo se alzare o meno la mano…
“Molto bene” evidentemente la De Santis non era una che si faceva scoraggiare facilmente “Sapete dirmi quale scrittore italiano, di origini veneziane, visse durante il periodo napoleonico e si arruolò nell’esercito francese?”
Alzai la mano di scatto. Foscolo.
La professoressa fece rispondere un’altra ragazza, una biondina con una voce acuta.
E poi ancora domande su Manzoni, qualcuna su Machiavelli, che evidentemente non avevano studiato lì, e su mezzo libro di letteratura, la mia mano alzata apparentemente ignorata.
Poi “Quest’anno parteciperemo ad un progetto. Studieremo i grandi della letteratura mondiale” gli occhi della professoressa si illuminarono “Vediamo se ne conoscete qualcuno. È morto a Parigi a novembre del 1900…” Pausa di silenzio “…nato a Dublino…”
Il mio braccio era tesissimo. Ed era l’unico.
“Oscar Wilde” mi limitai a rispondere ad un cenno dell’insegnante.
“Due opere che ha scritto” domandò quella con voce incolore.
“Il fantasma di Canterville…” iniziai con tono vago “Il ritratto di Dorian Gray…”
“Okay. È francese e ha scritto due libri ricchi di pantagruelismo…”
Stava iniziando a farmi seriamente male il braccio.
“François Rabelais”
“James Joyce”
“Jane Austen”
“Complemento di pena”
“Wow!” Sussurrò Luca mentre la prof scriveva un’altra frase da analizzare alla lavagna “abbiamo una secchiona qui!”
Sorrisi.
“Mi spiace solo” continuò lui sempre a bassa voce “che la prof faccia un po’ di favoritismi”
Arricciai il naso, chiaramente contrariata “Cosa mi dicevi prima della casa?” chiesi per cambiare discorso.
“Ah già! È stata costruita alla fine del 1600, ma inizialmente era solo una residenza estiva o qualcosa del genere…” Questo lo sapevo già, pensai “ma una famiglia nobile ci si è trasferita durante la rivoluzione francese…probabilmente avevano paura di finire tutti quanti ghigliottinati. Da allora sono iniziate le tragedie.”
“Ragazzi” la professoressa batté le mani un paio di volte “sto cercando di prepararvi per il test di ingresso!”
Passò un minuto scarso “Alcuni parenti raggiunsero i nobili che si erano trasferiti, e nel corso degli anni si sono stabiliti in pianta stabile. Alcuni si sono buttati dal terzo piano, qualcun altro è stato avvelenato, ma i più si dice che siano morti in seguito ad una forte depressione. Alla fine del 1800 se n’è andato il proprietario, mentre dei suoi parenti se ne sono andati dopo circa tre anni, con un figlio morto misteriosamente e urlando che nella casa c’erano spiriti maligni che li perseguitavano, uscendo dagli specchi e tentando di farli cadere dalle scale”
“Morto misteriosamente?” Chiesi. Probabilmente era uno scherzo, meglio svelarlo subito.
“Si dice che una mattina l’hanno trovato morto seduto sulla poltrona nella stanza dove era solito leggere…quella soffitta, hai presente? Bene, l’hanno trovato seduto in poltrona, bianco come la neve, gli occhi chiusi. Sembrava dormisse. Poi la madre si avvicinò per fargli una carezza e si accorse che non respirava. Chiamò il marito inorridita e il medico non seppe dar loro spiegazioni sul decesso. Sembrava che avesse semplicemente smesso di respirare. Lo seppellirono nella cappella dei loro parenti, poi se ne andarono e nessuno li vide più. Da allora la casa è abbandonata, ma si dice che a volte si sentano grida di dolore e lamenti struggenti. Poi…beh qualcuno ha provato a trasferirsi, mi ha raccontato mio nonno, era facile dato il prezzo piuttosto basso, ma nessuno è durato più di anno. C’era una ragazza, una bella bruna con gli occhi verdi, una volta mi ha detto, con un’aria seria come quella della Madonna nel ritratto che c’è in chiesa, sue testuali parole, te l’assicuro, che dopo due mesi è scesa in paese in piena notte urlando e strappandosi i capelli. L’hanno ricoverata in un ospedale psichiatrico e sembra che non ne sia più uscita. Tutti i più superstiziosi qui in paese vedono nella mancata decadenza della villa la conferma che ci sia una maledizione. Come un morbo, che invece di rovinare quelle vecchie mura divora la serenità e prosciuga l’energia vitale dei suoi abitanti.” Sorrise “Ma ovviamente sono solo leggende. Spero che vi troviate bene, tu e la tua famiglia, quanti hai detto che siete? Quattro?” Tirò a indovinare.
“Cinque” risposi con un sorriso nervoso.

Il racconto prosegue, cliccate sulle pagine qui sotto…

LA CASA DEI MISTERI di Letizia Pagani – Primo Livello Bambini. Corso di Scrittura Online

LA CASA DEI MISTERI di Letizia Pagani
Primo Livello Bambini. Corso di Scrittura Online

Tutti sanno che in quella casa nulla è normale.
E’una casa di montagna.
Si trova in un prato, lontano qualche kilometro dal paesino lì accanto, a duemila metri di quota sul Monte Bianco.
La casa, più che una semplice baita, è una villa.
Disabitata da più di trent’anni.
Si dice che fosse abitata da una famiglia, i Cutloff, che aveva due figli, un maschio e una femmina, ma un giorno, si racconta, che essi scomparvero. C’è chi sostiene che in giardino ci siano i cani maledetti, cani con gli occhi rossi, guardiani della dimora che si cibano di carne umana.
Invece alcuni sostengono che dentro, non ci sono i fantasmi, ma gli zombie.
Nessuno sa com’è però all’interno.
Si dice in giro, che, una notte, il vecchio Smilt, passasse davanti alla villa.
Diceva di aver visto uno dei cani maledetti e sentito delle urla raccapriccianti provenire dall’abitazione.
Ma nessuno sa se è vero ciò che dice, visto che è sempre ubriaco fradicio.

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MAA LUONNON di Gaia Bigoni. Terzo Livello Bambini. Corso di scrittura online

MAA LUONNON
di Gaia Bigoni
Corso Bambini – Terzo Livello

“Sta per cominciare!”, esulta Serena, battendo le mani.
Lei e Kim sono sedute in prima fila, in teatro, per assistere allo spettacolo della presunta “strega” del Calice Rosso. Le tende rosso fuoco si scostano piano piano, rivelando una donna di mezza età, con un elegante abito blu notte e un paio di scarpe azzurre con tacchi di cinque centimetri. Cammina disinvolta come se su quel palco ci fosse nata, scruta gli spettatori uno ad uno coi profondi occhi verdi, che assomigliano molto a quelli di Serena, finché lo sguardo non si posa proprio sulle due ragazze.
Zelda fa un bel sorriso e, dopo un gesto fulmineo della mano destra, Kim e Serena si alzano di scatto e si dirigono verso il palcoscenico.
“Ma che stiamo facendo?”, sussurra Serena, con gli occhi sbarrati, mentre le gambe si muovono contro la sua volontà.
Kim si chiede lo stesso e in poco tempo si ritrovano accanto alla donna, che sorride maliziosamente.
“Bene bene.. allora, queste due belle ragazze mi faranno da assistenti!>”, decreta Zelda prendendo la mano alle due che, imbarazzate, se ne stanno lì in piedi ad attendere spiegazioni. Zelda scompare e riappare appena due secondi dopo, con in mano una fune marroncina. Serena fissa la scena, allibita, mentre la strega fa roteare la corda come se fosse rigida. Poi la passa a Kim, che la tiene con entrambe le mani. Zelda le dice di lanciarla in aria e lei esegue. Fra lo stupore degli ospiti e delle stesse aiutanti la corda si ferma a mezz’ aria, diritta come un palo. La strega, con un sorrisetto enigmatico stampato sul viso, ci si arrampica fino a raggiungerne la fine. A questo punto sussurra qualcosa di incomprensibile e la corda inizia a dimenarsi, mentre Zelda resta “in groppa” come fanno ai rodei. Dopo altri trucchi magici fantastici e sconvolgenti, la serata si conclude con gli applausi che durano ben dieci minuti filati. Le aiutanti fanno qualche inchino, poi abbandonano il palco accompagnate dalla “strega di teatro”.
Appena sono dietro le quinte, entrambe le ragazze non riescono a trattenere un sospiro di sollievo. Poi si rivolgono a Zelda: “Ma.. come hai fatto a far fluttuare la corda in quel modo? E poi.. quel gioco con gli specchi.. non avevo mai visto niente di simile!”, esclama Serena al culmine della curiosità. Zelda ridacchia sotto i baffi, ma poi torna subito seria. Non deve dimenticare il vero motivo per cui le ha invitate a teatro, che non era certo quello di farle diventare le sue assistenti magiche.
“Scusa, ma.. tu, con quel biglietto.. ti eri presentata come “strega”.. è una specie di.. nome d’arte?”, domanda Kim, che vorrebbe saperne di più su questa strana signora dal vestito luccicante. In fondo non la conoscono nemmeno, potrebbe anche essere pericolosa!
“No, piccola.. niente nomi d’arte! Sono davvero una strega, ma guardate come mi sono ridotta!”, esclama Zelda indicando il teatro oramai vuoto e le luci, in alto, ancora accese. Poi riprende il discorso, sotto lo sguardo sempre più allibito delle ragazze: “Dovete sapere che io vi avevo scelte da ormai molto tempo. Vi avevo osservate, anche se non ve ne siete mai accorte. Sapevo già che dovevate essere voi a riportarmi il mio caro Calice Rosso. Io non vengo dalla terra, ma da un luogo molto più misterioso, di cui nessun umano è a conoscenza. Non potranno mai scoprirlo, a meno che un essere di quel luogo non gliene parli.. e questo sarebbe proibito. Quindi potrete capire da sole che sto correndo un grave rischio, raccontandovi queste cose..” Zelda, adesso, sembra un fiume in piena. Non sta semplicemente raccontando, si sta sfogando. Deve togliersi un peso, un macigno che è molto più grande di lei e che la stava lentamente ma costantemente schiacciando. “Stop!”, la frena Kim, portando entrambe le mani davanti al viso. Ora è quasi convinta che quella che hanno davanti è una pazza. In fondo come biasimarla: non è facile digerire in un singolo minuto che una signora di mezza età è una strega che viene da un altro mondo.
“Dunque.. ricapitolando: affermi di avere davvero dei poteri fuori dal normale e che quelli che abbiamo visto sul palco non sono stati semplici trucchi? E poi.. che storia è quella del mondo che noi non dovremmo scoprire? Se fosse vero perché mai ce lo stai raccontando?”, una valanga di domande investe Zelda, come un fiume di acqua gelida in inverno. Serena blocca l’amica. E’ difficile credere a quello che aveva sentito anche per lei, ma in ogni caso aggredirla in quel modo non le sembra giusto, così le chiede di spiegare tutto dall’inizio, in modo da poter capire meglio la storia. 
”Certo, certo, avete ragione. Il fatto è che il mio mondo è in serio pericolo. Dovete sapere che molti anni orsono era una specie di enorme giardino fiorito. C’erano fiori, alberi, arbusti, erba e si viveva benissimo. Adesso, però.. un essere malvagio, di cui nessuno conosce il nome o il volto, si sta impossessando di tutti i Calici Rossi del nostro mondo, perché ha in mente di conquistarlo e assorbire tutta l’energia magica, in modo da diventare invincibile. Se questo dovesse accadere.. sarà la fine e non solo per il nostro mondo, anche per tutti gli altri. Compreso il vostro”, a sentire queste ultime parole le due ragazze rabbrividiscono.
“No, no, no.. aspetta un secondo! Io mi sono persa già dall’inizio! Ci sono altri Calici Rossi? E a che cosa servono esattamente? Nel biglietto sei stata piuttosto vaga.. e poi che significa che sarà la fine di tutti i mondi?”, questa volta neanche Serena riesce a trattenersi dal chiedere mille cose, tutte assieme. Zelda alza la mano destra e la ragazza si zittisce, senza bisogno di alcuna magia. La presunta strega si mette a sedere, con le gambe a penzoloni giù dal palco e invita le ragazze a fare lo stesso. Queste obbediscono, ma con un certo timore.
“Avete ragione a non fidarvi completamente di me. So che sono cose molto difficili da accettare e che tutto questo potrebbe assomigliare a una di quelle favole che leggevate da bambine. Ma dovete credermi: è la verità! Nei Calici Rossi c’è l’energia magica di ogni essere vivente del mio mondo, compresi i vegetali. Se il piano di quel mostro dovesse realizzarsi e se riuscisse davvero ad impossessarsi di tutti i Calici.. grazie al loro potere di apparizione e sparizione di certo farebbe volatilizzare nell’aria tutto ciò che di bello caratterizza il mio mondo. Su Maa Luonnon non ci sarebbe più nulla, diventerebbe un deserto di tristezza e odio. Il buio regnerebbe sovrano all’Infinito”, queste parole colpiscono le ragazze come frecce e in una sola lacrima Zelda racchiude tutta la sua frustrazione e il suo timore.
Serena ora sa che sta dicendo la verità.
“Ti credo. Però, per favore, spiegaci di più sul tuo mondo. Immagino che “Maa Luonnon” sia il suo nome.. Ti aiuteremo volentieri, vero?”, la ragazza cerca l’approvazione dell’amica.
“Certo, non possiamo permettere che tutto questo accada!”, le da manforte Kim, battagliera.
“Vi ringrazio molto per il vostro appoggio. Sì, Serena, Maa Luonnon significa “Terra della Natura” in finlandese. Sapete, potreste fare molto per me, ma non voglio farvi correre dei rischi inutili e non voglio nascondervi che sarà un viaggio rischioso”, le informa, facendo apparire dal nulla una carta geografica che rappresenta terre mai viste.
“Questa è Maa Luonnon?”, domanda affascinata Kim, sfiorando la cartina con l’indice della mano sinistra. Zelda fa cenno di sì col capo e un’espressione di nostalgia riempie i suoi già tristi occhi verdi, guardando con tenerezza ogni piccolo angolo della cartina, che conosceva minuziosamente. Luoghi di antica bellezza sconvolti da chissà quale essere mostruoso. Serena si accorge della totale assenza di Zelda, la quale si era persa nei ricordi, così le tocca leggermente la spalla con la mano un paio di volte, riportandola alla realtà.
“Scusate, ragazze, volevo farvi vedere alcuni luoghi, dovete tenerli bene in mente, mi raccomando”, così dicendo posa l’indice della mano destra in un punto che si alza come fosse in tridimensione, rivelandosi una parete rocciosa piuttosto alta . “Ecco, qui c’è il monte Kukka Maan, cioè “Fiore di Terra”. E’ ripidissimo, tanto che, come potete vedere, sembra proprio una parete. All’apice crescono i fiori di terra, e se vengono mangiati da persone senza magia, donano molti poteri. L’effetto dura 24 ore, al termine delle quali se si vuole prolungare l’effetto per altrettanto tempo, bisogna mangiarne altri”, Zelda continua a spiegare e passa la secondo luogo: “Questo posto si chiama, invece, Light Tulessa, ovvero “Brezza Infuocata”. Non è un nome a caso. Infatti quando tira vento forte, specialmente in questa stagione, ti puoi ustionare facilmente e anche molto gravemente. Sarebbe bene tenersene alla larga, durante il vostro soggiorno a Maa Luonnon. Infine questo luogo è il più importante di tutti. E’ il Triumph of Green, in italiano il “Trionfo del Verde”. Questa è la zona più bella di tutte, con le piante più rare e gli arbusti più profumati. E’ talmente carica di energia magica che basta sfiorarle per ricaricarsi completamente e guarire qualsiasi ferita. L’ Aurungonkukka on Kohtalon (Girasole del Destino) è il fiore più raro di tutti e può addirittura far rivivere delle persone morte. Ce ne sono pochissimi anche in quest’area, infatti vengono usati solo in casi di estrema urgenza. Tra l’altro è anche il posto in cui dimora il nostro re attuale, Henry Hurmus, una persona molto fedele e corretta, che però non riesce a reggere il confronto con quel mostro malvagio senza volto e senza nome. Ecco, questi sono i posti più importanti”, conclude Zelda, ripiegando la cartina e facendola scomparire nuovamente.
Le ragazze rimangono a bocca aperta.
“Ma se neanche il vostro re riesce a tener testa a quel mostro, come speri che potremo farlo noi? Siamo solo due ragazzine che, fino a pochi giorni fa, vivevano una vita normale.. non sappiamo nulla di magia!”, commenta Kim, che si guarda le mani come se da un momento all’altro potessero formare fulmini per colpire i nemici, un po’ come nei cartoni animati.
Anche Serena è della stessa opinione e poi ha anche una certa paura. “Zelda è abituata a fare magie, per lei questi luoghi dai nomi bizzarri sono completamente normali.. ma per noi..”, pensa, abbassando lo sguardo. “Voi potete fare moltissimo, ve l’ho già detto! Non siete come le altre ragazze della vostra età, voi siete speciali. Un po’ di magia scorre già dentro alle vostre vene, fidatevi di me! Non so esattamente per quale motivo, ma sento una grande forza magica che vi circonda e non è certo una cosa da ragazze qualunque”, afferma convinta la strega.
A questo punto le due amiche non sanno che cosa dire. Non hanno mai fatto magie, ma si fidano di Zelda.
“La vostra magia non è comunque abbastanza forte da manifestarsi senza un piccolo aiuto”, puntualizza la donna, che adesso è sospesa in aria a tre palmi da terra , “in fondo avete sempre vissuto in un mondo umano e non avete mai allenato i vostri piccoli poteri. Allora, accettate di aiutarmi?”, domanda a bruciapelo Zelda.
Non può perdere altro tempo, sa che Maa Luonnon è in gravissimo pericolo. Le due ragazzine si scambiano uno sguardo timoroso. Poi respirano a fondo, si prendono per mano e pronunciano la parola che le sta per trasportare in un avventura che non ha precedenti: 
”Sì”.
“Perfetto! Allora tenetevi per mano e prendete anche la mia”, intima, piena di nuova energia, la strega. Senza stare a farsi troppe domande le ragazze obbediscono e si ritrovano avvolte in un vortice di energia positiva luccicante. Di colpo vengono come risucchiate da un enorme buco giallo e arancio, che le getta lontano, in un posto mai visto. Alzando gli occhi vedono solo vegetazione fittissima, con alberi possenti, fiori colorati e molte altre piante dall’aspetto curioso. Stupite, Serena e Kim si alzano da terra e si guardano intorno. Si trovano proprio ai piedi del Kukka Maan. Vista in tridimensione sulla cartina non rendeva davvero l’idea, vista dal vivo fa ancora più impressione. E’ altissima e con piccole ma stabili sporgenze qui e là.
“E noi dovremmo.. scalarla? Non poteva teletrasportarci direttamente in cima?”, domanda Kim, atterrita da quell’insolito scenario.
Zelda scuote la testa un paio di volte: “Mi dispiace, ma non è possibile.. è proibito usare la magia per oltrepassare il monte Kukka Maan”, rivela Zelda, mentre inizia ad arrampicarsi. Adesso non indossa più il vestito luccicante, ma una divisa sportiva con tanto di funi per legarsi l’una all’altra. Le ragazze respirano l’aria pulita del luogo per darsi forza e afferrano le corde, muovendo i primi passi in verticale. Kim è l’ultima e posa male un piede su una sporgenza: scivola e resta appesa alla fune solo grazie allo stretto nodo magico fatto da Zelda all’altezza della vita.
“Kim! Tieniti stretta a questa corda!”, grida Serena, lanciandole una seconda fune che ha accuratamente legato a una roccia più sporgente delle altre. L’amica si aggrappa con tutte le sue forze e Zelda, già arrivata in cima, la tira su con un po’ di magia. Poi fa lo stesso con Serena, che è spossata per la lunga salita.
“Grazie!”, esclama Kim, appena posa i piedi a terra, al sicuro. Poi, però, si deve sedere perché le fa molto male la caviglia. Zelda tenta di curarla, ma non riesce a trovare la formula magica corretta. Serena prende da uno zainetto (fatto comparire dal nulla grazie a Zelda) una bottiglietta di acqua fresca. La porge all’amica che ne beve qualche sorso.
“Temo che per guarire questa brutta ferita non basti la mia magia. Purtroppo negli incantesimi curativi sono un disastro!”, la strega si rimprovera per non aver seguito più attentamente gli esami Parantava (curativi).
Kim le sorride, anche se il dolore è forte: “Calmati, non è niente di preoccupante. Tra poco potrò camminare nuovamente!”,
la tranquillizza, anche se non ne è davvero molto sicura. Ha un male insopportabile, come se ci fosse un coltello che le pugnala la caviglia ogni cinque secondi. Ma sa di dovercela fare.
“Forza, continuiamo..”, decide dopo qualche minuto, mettendosi in piedi a stento. Serena la sorregge e camminano lentamente verso il campo dei “fiori di terra”. Ce ne saranno miliardi e ognuno ha una tonalità diversa dall’altra, sono magnifici.
Zelda ne coglie sei e ne passa tre a Serena e altrettanti a Kim. “Mangiateli, dal primo all’ultimo petalo. Come vi ho detto vi doneranno poteri magici che vi insegnerò a gestire. Io intanto ne prendo qualcun altro di scorta..”, dice allontanandosi di qualche metro dalle ragazze, che intanto mangiano velocemente i fiori. Hanno un buon sapore, assomiglia al cioccolato bianco! Di colpo si sentono più potenti, invincibili. Una strana, nuova forza scorre nelle loro vene. Un’energia calda che le avvolge interamente. Le due amiche chiudono gli occhi e si lasciano trasportare in quel nuovo mondo, finché la trasformazione finisce e loro riaprono gli occhi. Zelda è li, in piedi, con le mani sui fianchi e l’aria soddisfatta.
“Bene.. sembra che i fiori abbiano fatto il loro dovere! Adesso provatemelo! Fate qualche magia, forza!”, le incita la strega. Serena e Kim strabuzzano gli occhi.
“Ma noi non abbiamo idea di come si facciano gli incantesimi!”, Serena non riesce neanche a finire di parlare, quando un’energia bianca esce dal suo palmo destro, aperto, e colpisce il terreno a pochi passi da lei. Si ferma e guarda il buco fangoso che aveva appena creato.
“Come hai fatto?”, le chiede, incredula, Kim. Per tutta risposta Serena scrolla le spalle e attende spiegazioni da Zelda, che sorride, compiaciuta, mentre osserva il buco come se lo dovesse analizzare dettagliatamente. “La riuscita degli incantesimi dipende da voi. Dovete pensare bene prima di agire e poi concentrarvi al massimo per non fare errori. Siete voi a gestire i poteri, per queste 24 ore, non dimenticatevelo! Potete fare ciò che volete, ma usateli con prudenza, potrebbero essere pericolosi!”, le avverte, mentre si sta già rimettendo in cammino. La discesa, adesso, è molto più facile e meno faticosa rispetto alla salita e riesce a calarsi dalla fune anche Kim.
Ora devono scegliere che strada prendere: quella più lunga ma sicura oppure la scorciatoia, decisamente più corta ma occorre percorrere la Light Tulessa. Le tre ci pensano su. Zelda sa perfettamente che per ogni minuto che passava una decina di piante sarebbero morte per colpa di quell’essere mostruoso, ma non vuole far rischiare niente alle sue giovani amiche.
Mentre Serena e Kim sono sicure di poter prendere la strada più breve: non possono permettere che succeda qualcosa di male a quel mondo meraviglioso. Alla fine Zelda si lascia convincere, con la promessa da parte di Kim che se si fosse sentita troppo male avrebbero intrapreso l’altra strada. Si incamminano verso un viale alberato, all’apparenza innocuo, ma dopo una cinquantina di metri sentono una fastidiosa brezza calda. Troppo calda. Serena mette una mano davanti al viso e sente un dolore penetrante al polso. Lo guarda velocemente: una piccola bruciatura le segna la pelle, come un taglio netto. Le fa malissimo, ma sopporta come fa Kim con la caviglia dolorante. Passo dopo passo il caldo aumenta e più di una volta hanno rischiato di bruciarsi anche molto gravemente. Per ora, fortunatamente, hanno solo qualche scottatura qui e la, ma la strega conosce bene quel luogo e sa che di lì a pochi metri sarebbe stato davvero difficile superare il calore della brezza. Camminano a testa bassa, finché Kim non riesce più a muovere un passo e si accascia a terra. Lì il calore è ancora più soffocante e la ragazza inizia a tossire. Serena la prende delicatamente tra le braccia e si concentra al massimo. Con uno sforzo immane riesce a tener sospesa in aria l’amica e sé stessa, trasportandosi faticosamente dietro ad un albero più grande degli altri. Lì la brezza non passa e la temperatura torna mite.
Zelda le segue e prepara con dei fiorellini e delle foglie secche trovate a terra una bevanda rinfrescante e riattivante. La fa bere per prima a Kim, che si riprende in un battibaleno, poi anche a Serena che è quasi priva di energie. La caviglia e il polso fanno ancora molto male alle ragazze, ma cercano di pensare solo all’insolita missione che devono svolgere.
Dopo essersi riposate per un po’, decidono di ripartire. Adesso sono piene di forze e, grazie a degli scudi creati con l’unione dei tre poteri magici, riescono a superare la terribile Light Tulessa. Ce l’hanno fatta!
Si accasciano a terra, esauste, e riprendono fiato. Poi Zelda si complimenta con le ragazze: “Non è da tutti oltrepassare un pericolo del genere!”, dice, soddisfatta. Ora, più che mai, è sicura di avere scelto le ragazze giuste. Si rilassano per qualche ora, all’ombra della tranquillità degli alberi fioriti. Procedono verso foreste impervie e attraversano un lago a nuoto, finché scorgono un luogo paradisiaco. Una specie di valle, circondata da querce che proteggono l’area dal vento e all’interno una specie di eccezionale moltitudine di colori. Era proprio come Serena e Kim l’avevano immaginato dai brevi racconti della strega: il Triumph of Green. Poi però il loro sguardo estasiato diventa triste: vedono un trono, nero come la pece, circondato dalla desolazione totale. E’ come un buco buio nella luce, impressionante e particolarmente pauroso. Ogni secondo che passa, una foglia o un fiore degli arbusti più vicini al trono, cade o appassisce. Poi scompare nel nulla, probabilmente grazie all’effetto di qualche Calice. E’ uno spettacolo orribile. La natura del posto più bello di Maa Luonnon sta morendo!
Il responsabile è seduto sul trono: un uomo avvolto da un mantello, anch’esso nero. Una figura incappucciata e minacciosa, che guarda fisso davanti a sé. Nel cuore di Zelda cresce l’odio per quell’essere meschino. E cresce ancora di più quando sposta lo sguardo verso il retro del trono: una gabbia in cui c’è rinchiuso un corpo umano, disteso a terra e con gli occhi chiusi. La strega impallidisce. E’ Henry, il re! Non da alcun segno di vita. “No, non è possibile..”, pensa, portandosi le mani alla bocca.
Quando le ragazze guardano nella stessa direzione non possono far altro che rabbrividire.
“Non può finire così!”, pensano nello stesso istante le due amiche che, senza dare alcun preavviso l’una all’altra, si alzano in volo e si dirigono velocemente verso il trono nero. Atterrano alle sue spalle e lo fanno con tanta precisione e agilità che il mostro non si accorge di nulla. Si scambiano uno sguardo di complicità e si concentrano al massimo. Un’energia potentissima si sprigiona dalle mani di entrambe e colpisce la schiena dell’uomo incappucciato che cade a terra, ma si rialza dopo pochi istanti.
Serena non crede ai suoi occhi: il loro colpo non è servito proprio a nulla! Pieno d’ira l’uomo si gira verso di loro. Non riescono a vederne il volto, solo il buio più totale. Cercano di correre però ma Kim cade a terra. Senza neanche pensare alle conseguenze, Serena si blocca e aiuta l’amica ad alzarsi, la quale invece la incita a scappare via. No, questo non l’avrebbe mai fatto. Intanto Zelda cerca di distrarre l’uomo incappucciato con qualche colpo magico, ma le forze le mancano. Ormai non è più giovane come una volta e i suoi poteri non gli fanno altro che il solletico. La strega si sente impotente davanti a quella che sembrava l’oscurità in persona. Si arrende dopo l’ennesimo incantesimo andato in fumo e non incassa molto bene quello potentissimo che arriva dall’essere demoniaco.
Cade a terra, completamente stremata. Adesso le ragazze sono davvero sole. Serena cerca di reggere Kim come può, ma non è tanto forte. Sente che sta per cedere anche lei, le 24 ore stanno per scadere! Presto sarebbero tornate ragazzine qualunque e i fiori di scorta li aveva ancora Zelda, a più di trenta metri da loro.
“E’ la fine..”, pensa sconsolata Serena. Non dovevano essere tanto precipitose. Le amiche chiudono gli occhi e si prendono per mano. Tengono stretta l’una quella dell’altra, mentre i loro corpi tremano. Succede l’impensabile. Una luce calda, più potente di qualsiasi altro incantesimo mai sperimentato, investe l’uomo incappucciato che finisce a terra. La figura minacciosa scompare e il trono ritorna d’oro brillante. Serena e Kim aprono timorosamente gli occhi. Sono tornate le ragazze normali di sempre, senza più alcun potere. Non sentono più l’energia di prima. La magia è finita. E loro sono salve. Si stringono in un abbraccio che vale più di mille parole e stanno così strette per qualche minuto. Poi, come catapultate nel mondo che le circonda, corrono verso Zelda. La strega è im
mobile e non respira più.
“Chi siete voi due, ragazzine?”, la domanda arriva come un fulmine alle amiche, che si voltano, impaurite. L’uomo che prima era in gabbia e che sembrava morto è lì, davanti a loro. Era semplicemente svenuto, nulla di più. E’ riuscito a liberarsi grazie ai Calici Rossi che il mostro aveva sottratto a diverse creature e che aveva erroneamente lasciato in gabbia insieme a lui. Le due raccontano brevemente la storia, poi a entrambe, contemporaneamente, vengono in mente i Girasoli del Destino.
Ne chiedono uno al re per salvare la vita della strega, ma lui, addolorato, risponde che purtroppo il mostro li ha distrutti tutti.
Non ne è sopravvissuto neanche uno. “Quell’essere che adesso è scomparso per sempre ha lasciato dietro di sé una scia di odio e distruzione che ora non potrò riempire. Mi dispiace”, dice sinceramente Henry.
“No, no.. no!”, gridano le ragazze, stringendo i pugni e inginocchiandosi vicino al corpo inerme della loro amica. Un’amica preziosa, una di quelle amiche che non puoi dimenticare. Nello stesso istante una lacrima scivola dai visi di Serena e Kim. Una lacrima che cade sul suolo e che si congiunge in una sola piccola pozzetta d’acqua. In questo piccolo punto cresce dell’erbetta nuova, verde e rigogliosa e all’esatto centro in pochi secondi appare uno splendido girasole dorato. Il re non riesce a crederci: da quelle due lacrime è nato un Aurungonkukka on Kohtalon! Una fiammella flebile di speranza si riaccende nei cuori delle due ragazze, che, sotto istruzioni del re, colgono il particolare girasole e staccano ad uno ad uno i cinque petali, posandone due sulle braccia, due sulle gambe e uno al centro della fronte.
Poi si danno nuovamente la mano e recitano, in coro, l’incantesimo della guarigione profonda: Loitsu Syva Parantasvaa! Zelda viene avvolta da una luce bianca, tanto abbagliante che le ragazze devono coprirsi gli occhi.
La magia dura pochi secondi e, sotto lo sguardo vigile del re, la strega finalmente ricomincia a respirare regolarmente.
Appena si riprende del tutto Serena e Kim la sommergono in un abbraccio strettissimo e pieno di affetto reciproco. Zelda non riesce a dire altro che: “Grazie”.
“Le ragazze sono riuscite a salvare Zelda grazie alla loro amicizia. Sono unite, si aiutano a vicenda, si vogliono bene come fossero sorelle. E so che continueranno a farlo”, sussurra Henry.
La vita a Maa Luonnon riprende il suo normale circolo. La magia continua a vivere in ogni angolo e la natura è ancora più vigorosa di prima. Grazie alle lacrime delle ragazze i Girasoli del Destino hanno ripreso a crescere e non saranno più tanto rari come una volta.
“Ragazze.. visto che avete salvato il nostro mondo avete il permesso di tornare a trovarci quando volete! Vi saremo eternamente riconoscenti”, dichiara Zelda, al momento dei saluti.
“Grazie.. e tu sei sempre la benvenuta nel nostro mondo. Non sarà magico, ma ha degli splendidi posti da visitare. E comunque.. sappi che ti aspettiamo per fare ancora le tue aiutanti!”, ride Serena, entrando dentro al portale colorato che le trasporta direttamente a casa. Questa, sicuramente, è un’avventura che rimarrà sempre impressa nei loro cuori.
In quei due cuori così uniti che sono riusciti a sconfiggere il Buio in persona.

LO SCONOSCIUTO di Gaia Bigoni. Secondo Livello Bambini. Corso di scrittura online

LO SCONOSCIUTO
di Gaia Bigoni
Secondo Livello- Corso Bambini

Quel giorno uscii da scuola alle 11:00. Non ne ricordo precisamente il motivo, forse un professore assente.

Decisi di prendere una scorciatoia per andare a casa di zia Luisa, perché il tempo prometteva un bel temporale da lì a dieci minuti. E quello era proprio il tempo che solitamente impiegavo quando decidevo di prendere la strada più breve, ma un fatto insolito mi trattenne a metà strada.

Notai che la villetta dove neanche una settimana prima c’era ben affisso un cartello con scritto “VENDESI” era stata finalmente comprata da qualcuno. Mi incuriosii, così sbirciai dal marciapiede l’interno della casa da una finestra lasciata stranamente aperta. Non feci in tempo a distinguere un bel lampadario colorato e un tavolo di legno tondo quando la porta si spalancò e una vecchietta sorridente uscì a passo svelto.

<Buongiorno..> la salutai, osservandola. I capelli, bianchi e folti, erano raccolti in uno chignon e indossava una gonna lunga rossa e un maglione arancio. Ai piedi aveva due apparentemente scomodissime scarpe intonate al cappellino giallo acceso. Sembrava un arcobaleno di allegria.

Mi rispose educatamente, squadrandomi a sua volta. Mi sentii un po’ a disagio, soprattutto quando mi invitò ad entrare. Forse avrei dovuto rifiutare, ma ero talmente incuriosita da quella arzilla vecchietta che non riuscii a dirle di no. Appena superai la soglia un profumo di rosa mi investì. L’atmosfera era calda ed accogliente, sembrava di essere in una di quelle case delle favole, dove tutto intorno sa di magico.

Mi portò in cucina e chiuse cautamente la finestra da dove avevo sbirciato pochi minuti prima. Sembrava l’avesse lasciata aperta solo per me, per poter stuzzicare la mia curiosità.

<E’ arrivata da molto in città?> mi decisi a chiederle, dopo qualche minuto.

<No, da tre giorni.. Ma dammi del tu, per favore. Il fatto del “lei” mi fa sentire vecchia!> rispose sorridendo. Annuii osservando ancora una volta quella bellissima cucina.

Intanto sentii qualcosa che mi toccava delicatamente la caviglia. Mi chinai e vidi una graziosa, piccola tartarughina che cercava di attirare la mia attenzione.

<Che bella! Come si chiama?> chiesi, osservando il guscio verde acceso.

<Rina. Mi sembra che tu le stia simpatica, solitamente non dà confidenza agli sconosciuti> sorrise la vecchietta, prendendo delicatamente in braccio la tartaruga.

<Scusa, non mi sono neanche presentata.. Mi chiamo Vivian, piacere.> disse poi, sedendosi sulla poltrona di fianco a me.

<Io sono Beatrice> aggiunsi, mentre Vivian si rialzò nuovamente e sparì al piano superiore, lasciandomi lì senza dire una parola. Spalancai gli occhi e mi chiesi se avessi fatto bene ad accettare il suo invito ad entrare in casa. In fondo non la conoscevo neanche e zia Luisa si era raccomandata tante volte di ricordarmi di non dare confidenza agli sconosciuti. Stavo meditando una buona scusa per tagliare la corda, quando Vivian “riapparve” sulla soglia e mi fece cenno di seguirla.

“Che cosa vorrà fare?” mi chiesi, ma decisi di assecondarla e di salire, dietro di lei, le scale che portavano al piano superiore. Davanti a me c’era una bellissima mansarda che, nel suo disordine, aveva qualcosa di affascinante, oserei dire quasi.. magico.

Poi la vecchietta si avvicinò a un baule dall’aria misteriosa. Era piuttosto grande e dentro di me già formulavo mille e più ipotesi fantasiose sul cosa potesse celare.

Successivamente tutte le mie idee svanirono in un colpo solo: la donna aveva tirato fuori dal baule solo un fiocco rosso fuoco, uno di quelli per legare i capelli. Restai delusa e probabilmente dalla mia faccia si intuiva ogni mio pensiero, perché la vecchietta si affrettò a spiegarmi che quel fiocco non era quello che sembrava. Avrei voluto chiederle ciò che pensavo, e cioè se era impazzita di colpo, ma mi trattenni e continuai a guardare, allibita, lo strano fiocco. Era bello, sì, ma non aveva nulla di speciale.

<Me lo regalò mia figlia, prima di partire per New York per approfondire i suoi studi di medicina. Ma il fatto è che questo fiocco è magico, non è normale.> quando Vivian pronunciò questa frase, confermò la domanda che avevo in mente.

<Ok, se è uno scherzo non mi piace. E poi, scusami, ma devo tornare a casa. Mia zia sarà in pensiero e..> la vecchietta non mi lasciò finire la frase e mi trattenne per un braccio.

<Non è affatto uno scherzo. Questo fiocco ha il potere di esaudire il tuo più grande desiderio. Io ne ho già espresso uno e si è avverato. Successivamente ho avuto il dovere di cercare una degna erede per consegnarlo a mia volta.. ed eccoti qui. Anche tu potrai esprimere il tuo desiderio quando vorrai, ma pensaci bene perché, come ho già detto, ne potrai esprimere soltanto uno. Poi lo regalerai a chi pensi che lo meriterà. Ti prego, tienilo, è importante!> mi supplicò e, a quel punto, nei suoi occhi si lesse chiaramente che stava dicendo la verità, non stava farneticando e non mi stava prendendo in giro. Decisi di crederle.

Uscii da quella casa affannata e con il fiocco magico al sicuro, in tasca.

Come previsto i nuvoloni neri stavano scaricando con tutta la loro potenza una fittissima pioggia, così aprii l’ombrello e corsi verso la casa di zia Luisa.

Il giorno seguente, quando uscii da scuola alle 13:00 come al solito, decisi di passare nuovamente per la scorciatoia. Non potevo certo sapere che la vecchietta si era nuovamente trasferita. Evidentemente quel desiderio che aveva espresso era legato alla fortuna nello studio di sua figlia. Probabilmente, la raggiunse a New York. Ma non lo seppi mai.

 

<Mamma..è tuo questo bel fiocco rosso?>.

<Si, tesoro.. Me lo regalò una signora molto molto speciale. Vuoi che ti racconti la sua storia?>.

LO SCONOSCIUTO di Francesca Arcangeli
. Secondo livello Bambini. Corso di scrittura online

LO SCONOSCIUTO di Francesca Arcangeli
Corso Bambini- Secondo Livello

Era una sgargiante serata di fine ottobre. Il cielo aveva sfumature rosso cremisi e gli ultimi uccelli svolazzavano allegri verso il proprio nido. Passeggiavo per una vecchia strada di campagna fatta di sporco e consunto asfalto, per una destinazione a cui non dovevo neanche pensare. I miei piedi l’avevano percorsa così tante volte nell’estate che ormai ci avevo fatto l’abitudine. Un leggero ma gelato vento scompigliava i miei capelli gettandoli all’aria e il mio naso iniziava a congelare, ma ero troppo presa dai miei pensieri per badarci, pensieri così complicati che avrebbero mandato in tilt chiunque. La scorsa notte infatti avevo fatto il solito sogno ricorrente, ormai era un abitudine ma mi colpiva lo stesso e nel frattempo mi irritava, si mi irritava perché tutte le volte che lo facevo avevo la sensazione di essere vicina a scoprire qualcosa e che, all’ ultimo momento, mi sfuggiva. Nel sogno mi trovavo in una stanza, aveva le pareti strette e dal soffitto proveniva un illuminazione a luce violetta, senza però bisogno di un lampadario o delle lampadine per estenderla. Il pavimento era di sabbia e non c’erano finestre o porte, a eccezione di una piccola porticina fatta di marmo bianco. Nel sogno mi avvicinavo alla porta e la spalancavo. Dietro la porta trovavo un’ altra stanza, la pareti coperte di antichi ritratti di dame e cavalieri in armatura ma non era lì che dovevo andare, avevo la sensazione di dover andare urgentemente avanti. Passavo un’altra porta, questa volta di legno laccato, e giungevo in un’altra stanza, questa volta rotonda e guardavo su, sul soffitto, dove era raffigurato un sole dorato e rifinito perfettamente congiunto con una mezza luna di un bianco splendente che emanava come un magico bagliore e, dopo questa scena, il sogno finiva. Il bello era che quel simbolo mi ricordava qualcosa ma ogni volta che cercavo di ricordare c’era come una foschia nel mio cervello, come un buco vuoto. Avevo cercato quel simbolo da tutte la parti, su tutti i libri di miti e leggende su cui riuscivo a mettere le mani e tutti quelli che i miei genitori non mi confiscavano. Ma dopotutto loro non erano i miei veri genitori. Avevo vissuto per un anno insieme a mia nonna, l’unica mia parente ancora in vita e quando anche lei morì mi trasferì dal fratello di mio papà, non che non avessi potuto andarci anche prima ma la nonna voleva tenermi con se, diceva che loro non capivano quanto ero importante. Anche solo la parola suonava strana, importante come no, i miei zii neanche mi guardavano. Tutti mi trattavano come se non esistessi e io non mi sono mai lamentata, anzi, a me faceva piacere. L’unica che mi considerava, purtroppo, era la figlia dell’ amica-vicina di casa di mia zia, che non la smetteva mai di prendermi in giro perché non avevo i genitori. In realtà della mia vera madre e del mio vero padre non sapevo veramente nulla, erano scomparsi così senza lasciare traccia o almeno era quello che mi diceva sempre la nonna, eppure vedevo una strana luce nei suoi occhi quando ne parlava, una luce di nostalgia. Avevo camminato per metri e metri senza accorgermene, come sempre. Erano quasi le sette e decisi di svoltare per tornare a casa, la zia si sarebbe arrabbiata ancora di più se avessi fatto tardi per la cena. Tornavo in dietro lentamente come sperando che più tempo rimanevo su quella vecchia strada meno ne passavo nella villetta dei miei zii. Una speranza inutile, lo sapevo già, tanto avrei dovuto passarci una vita intera! Svoltai all’angolo sbagliato e mi trovai in vicolo cieco. In fondo c’era una figura bassa e incappucciata, si avvicinò zoppicando vistosamente e riuscì ad intravedere appena il suo volto alla luce del tramonto. Era un uomo anziano, una cicatrice gli partiva dall’occhio destro fino ad arrivare alla piccola bocca storta e sottile. Aveva la pelle rovinata dal tempo e mi fissava con due piccoli occhi rotondi e neri come la pece. Solo quando fece un altro passo zoppicante in avanti mi accorsi che era vestito in maniera alquanto strana: portava un cappello a bombetta rosso acceso che non si intonava molto ai suoi capelli di un biondo sporco lunghi fino alle spalle. Le sua maglia era piena di strappi e cuciture, di un verde foresta e era abbinata malamente a dei pantaloni lunghi e neri rattoppati con stoffe di diversi colori come verde acido o blu notte. Qualunque persona normale di testa sarebbe scappata via urlando, ma non io, io rimasi lì a fissare quell’uomo dall’aspetto spaventoso, guardando il suo volto duro e solcato dalle rughe e dal tempo ma che, dietro a quegli occhi, nascondeva ancora qualcosa di umano. All’improvviso parlò con una voce dura e rauca: << Allora ragazza tu sai perché sono qui vero?>> mentre parlava si avvicinò ancora di qualche passo.
<>, sinceramente non ne avevo proprio idea. Non l’avevo mai visto, figuriamoci se sapevo che cosa ci faceva lì. Magari era un vecchio parente? Impossibile, me lo sarei ricordato: guarda com’era vestito! Frugai nella memoria ma alla fine mi arresi al fatto che per me era un perfetto sconosciuto e che non sapevo per quale assurda ragione si trovasse in un vicolo buio, di notte e per giunta stesse parlando con me.
A quanto pare interpretò il mio silenzio come un no perché aggiunse un po’ spazientito: << Bene, allora mi toccherà spiegarti tutto dall’inizio. Sai almeno chi sei?>>
A questo punto ero un po’ confusa, forse aveva preso una botta in testa o quella stupida bombetta gli bloccava la circolazione? Certo che sapevo chi ero! Stavo per rispondergli ma mi interruppe: <> disse con un tono di voce che sfiorava l’esasperato.
<< Tu sei un lupo.>>.
Si, a questo punto era chiaro che aveva preso una bella botta in testa. Prima che potessi dire qualcosa, però, mi interruppe di nuovo e disse: <> si frugò nella tasca dei pantaloni e ne estrasse un amuleto. Quasi urlai dall’eccitazione: attaccata a un piccolo filo d’argento c’era l’immagine dei miei sogni, un sole dorato congiunto con una luna brillante. Notai poi che anche lui aveva lo stesso medaglione, ma cosa significava? Forse aveva veramente ragione, ero davvero un lupo? Ormai tutto era possibile. Lo presi tra le mie dita tremanti e me lo infilai al collo, l’effetto fu immediato. Di colpo mi sentì forte e non più fragile come ero prima. Una bellissima sensazione di libertà mi invase da capo a piedi.
<> all’improvviso si trasformò in un grosso lupo marrone e sparì correndo per la strada ormai illuminata solo dal chiaro della luna. Il giorno dopo lo rincontrai e il giorno dopo ancora e, dopo una serie di dettagliate istruzioni, decisi che la sera del giorno seguente avrei provato a trasformarmi.
Così, a mezzanotte di sabato, corsi fuori e andai in un bosco lì vicino. La luce della luna si risplendeva nei miei occhi preoccupati. Magari era stato tutto uno scherzo, impossibile, lui si era trasformato no? Mi concentrai, come aveva detto lui, su un ricordo sereno, il più bello che avessi mai concepito. Pensa, pensa e poi un’ immagine mi venne in mente: la foto dei miei genitori nel salotto della nonna tanti anni prima, sorridenti e felici. Un istante prima ero lì a pensare e un istante dopo correvo. Le mie zampe grandi e bianche come la neve solcavano il terreno veloci e sicure, i tagli dei rovi si rimarginavano subito e sentivo delle voci nella mia testa, dei sussurri. Dopo un po’ che gli ascoltavo capì che erano pensieri, pensieri di persone vicine e lontane da me. Quindi riuscivo a leggere nella mente, ecco il mio potere unico. Mentre provavo a concentrarmi su un singolo pensiero per ascoltarlo scorsi il mio riflesso in un laghetto lì vicino: una grande, bellissima lupa bianca come la luna mi restituiva lo sguardo fiero e poi un ululato lacerò la notte, il mio ululato, un urlo di trionfo per il fatto che finalmente non mi sentivo più fuori posto, che finalmente ero libera. Nelle settimane seguenti appresi che esisteva un posto dove tutti i muta-forma vivevano insieme. Lasciai la mia vecchia e odiata casa per raggiungere quel luogo, un luogo in cui c’erano persone che mi accolsero come un’amica. Il vecchio che avevo conosciuto mi seguì, restammo amici per sempre perché lui mi aveva dato una mano, lui mi aveva portato in un mondo dove finalmente mi sentivo a casa, il mio mondo, il mondo da dove non sarei mai uscita.

Francesca Arcangeli