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La casa dei misteri di Elisa Consiglio (corso di scrittura online Bambini – Primo Livello)

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La casa dei misteri
di Elisa Consiglio
Corso di scrittura – Bambini – Primo Livello

Perfetto.
In ritardo.
Il primo giorno di scuola.
In terza media.
In una scuola nuova.
Miseriaccia.
Sistemai il colletto della camicia a fiori e mi pettinai i capelli come potevo.
Presi un bel respiro.
Bussai, sperando di sentire “avanti” nè troppo presto né troppo tardi, tendendo l’orecchio.
Le risate e il chiacchiericcio al di là della porta si placano.
Una voce severa risponde.
Abbassai la maniglia e…che accidenti di espressione facciale faccio adesso?
Sorrido? Faccio la seria? Formale? Sciolta? Troppo tardi.
Quella porta cigolava. E c’era silenzio.
Perdincibacco.
Je suis … dans …la mérde. Sì, imprecare mentalmente in francese è decisamente più liberatorio che farlo in italiano.
“Scusi il ritardo” dissi con voce un po’ impacciata ad una giovane professoressa bionda” Ma in segreteria hanno avuto qualche problema nel dirmi dov’è la classe e…”deglutì” sono la nuova alunna, Annalisa Rossi.”
“Buongiorno” diamine, mi ero dimenticata di dirlo!
“Sono la professoressa De Santis, insegno italiano e storia” mi accennò un sorriso” Puoi andare a sederti lì”
Mi indicò l’ultimo banco della fila centrale, dov’era seduto un ragazzo di media altezza, piuttosto minuto, i capelli castani spettinati e gli occhi grigi sorridenti.
Avanzai velocemente verso il mio nuovo posto, ringraziando mentalmente il cielo per non avere il trolley, che mi avrebbe dato fin troppe difficoltà a districarmi nel labirinto delle cartelle.
Feci scivolare rapidamente lo zaino dalle spalle prima di sedermi, le spalle un po’ rigide. Dovrei rilassarmi, salutare, sorridere…
“Ciao” mi voltai verso il mio compagno di banco, che mi guardava sorridendo mentre mi porgeva la mano sinistra. Era mancino?
“Sono Luca…tu sei Annalisa , giusto?”
“Giusto, ma preferisco se mi chiamano Lisa” risposi stringendogli la mano.
“La De Santis non è male” iniziò “ma i suoi discorsi di inizio anno scolastici sono qualcosa di veramente infinito.”
Era un chiacchierone, si capiva dalla disinvoltura nello sporgersi leggermente verso di me, mentre cercava riparo dietro la schiena di un tipo piuttosto alto. Dovevo decidere se quello era un bene o un male.
“Comunque…tra tre ore saremo fuori da qui, ma credo che inizierò a farti domande ora che aspettiamo i ritardatari. E dire che è il primo giorno” scosse la testa “Da dove vieni?”
“Frascati, vicino Roma” risposi “Tu hai sempre vissuto qui?”
“A Chiara Valle? Sì e conosco praticamente tutti. Ti è andata bene, dato che potrei presentarti tutta la scuola e mezzo paese” mi fece l’occhiolino “e dove abiti di preciso?”
“Nella villa sulla collina, hai presente?”
“Certo che ho presente. È la casa dei misteri.” Il suo tono si era fatto cupo, come quando si tenta di fare una voce cavernosa per raccontare una storia dell’orrore.
Corrugai la fronte :”La casa dei misteri?”
Il ragazzo annuì, l’aria grave:”Si dice che la casa si mantenga in condizioni perfette mentre le famiglie che la abitano incontrano la loro fine con morti tragiche e tormentate” sussurrò.
Okay. Ero sinceramente perplessa.
La professoressa richiamò la classe all’ordine. Evidentemente erano arrivati tutti.
“Bene ragazzi” iniziò la giovane donna “Potreste farmi i nomi di alcuni autori che andremo a studiare quest’anno?”
Silenzio totale. Non sapevo se alzare o meno la mano…
“Molto bene” evidentemente la De Santis non era una che si faceva scoraggiare facilmente “Sapete dirmi quale scrittore italiano, di origini veneziane, visse durante il periodo napoleonico e si arruolò nell’esercito francese?”
Alzai la mano di scatto. Foscolo.
La professoressa fece rispondere un’altra ragazza, una biondina con una voce acuta.
E poi ancora domande su Manzoni, qualcuna su Machiavelli, che evidentemente non avevano studiato lì, e su mezzo libro di letteratura, la mia mano alzata apparentemente ignorata.
Poi “Quest’anno parteciperemo ad un progetto. Studieremo i grandi della letteratura mondiale” gli occhi della professoressa si illuminarono “Vediamo se ne conoscete qualcuno. È morto a Parigi a novembre del 1900…” Pausa di silenzio “…nato a Dublino…”
Il mio braccio era tesissimo. Ed era l’unico.
“Oscar Wilde” mi limitai a rispondere ad un cenno dell’insegnante.
“Due opere che ha scritto” domandò quella con voce incolore.
“Il fantasma di Canterville…” iniziai con tono vago “Il ritratto di Dorian Gray…”
“Okay. È francese e ha scritto due libri ricchi di pantagruelismo…”
Stava iniziando a farmi seriamente male il braccio.
“François Rabelais”
“James Joyce”
“Jane Austen”
“Complemento di pena”
“Wow!” Sussurrò Luca mentre la prof scriveva un’altra frase da analizzare alla lavagna “abbiamo una secchiona qui!”
Sorrisi.
“Mi spiace solo” continuò lui sempre a bassa voce “che la prof faccia un po’ di favoritismi”
Arricciai il naso, chiaramente contrariata “Cosa mi dicevi prima della casa?” chiesi per cambiare discorso.
“Ah già! È stata costruita alla fine del 1600, ma inizialmente era solo una residenza estiva o qualcosa del genere…” Questo lo sapevo già, pensai “ma una famiglia nobile ci si è trasferita durante la rivoluzione francese…probabilmente avevano paura di finire tutti quanti ghigliottinati. Da allora sono iniziate le tragedie.”
“Ragazzi” la professoressa batté le mani un paio di volte “sto cercando di prepararvi per il test di ingresso!”
Passò un minuto scarso “Alcuni parenti raggiunsero i nobili che si erano trasferiti, e nel corso degli anni si sono stabiliti in pianta stabile. Alcuni si sono buttati dal terzo piano, qualcun altro è stato avvelenato, ma i più si dice che siano morti in seguito ad una forte depressione. Alla fine del 1800 se n’è andato il proprietario, mentre dei suoi parenti se ne sono andati dopo circa tre anni, con un figlio morto misteriosamente e urlando che nella casa c’erano spiriti maligni che li perseguitavano, uscendo dagli specchi e tentando di farli cadere dalle scale”
“Morto misteriosamente?” Chiesi. Probabilmente era uno scherzo, meglio svelarlo subito.
“Si dice che una mattina l’hanno trovato morto seduto sulla poltrona nella stanza dove era solito leggere…quella soffitta, hai presente? Bene, l’hanno trovato seduto in poltrona, bianco come la neve, gli occhi chiusi. Sembrava dormisse. Poi la madre si avvicinò per fargli una carezza e si accorse che non respirava. Chiamò il marito inorridita e il medico non seppe dar loro spiegazioni sul decesso. Sembrava che avesse semplicemente smesso di respirare. Lo seppellirono nella cappella dei loro parenti, poi se ne andarono e nessuno li vide più. Da allora la casa è abbandonata, ma si dice che a volte si sentano grida di dolore e lamenti struggenti. Poi…beh qualcuno ha provato a trasferirsi, mi ha raccontato mio nonno, era facile dato il prezzo piuttosto basso, ma nessuno è durato più di anno. C’era una ragazza, una bella bruna con gli occhi verdi, una volta mi ha detto, con un’aria seria come quella della Madonna nel ritratto che c’è in chiesa, sue testuali parole, te l’assicuro, che dopo due mesi è scesa in paese in piena notte urlando e strappandosi i capelli. L’hanno ricoverata in un ospedale psichiatrico e sembra che non ne sia più uscita. Tutti i più superstiziosi qui in paese vedono nella mancata decadenza della villa la conferma che ci sia una maledizione. Come un morbo, che invece di rovinare quelle vecchie mura divora la serenità e prosciuga l’energia vitale dei suoi abitanti.” Sorrise “Ma ovviamente sono solo leggende. Spero che vi troviate bene, tu e la tua famiglia, quanti hai detto che siete? Quattro?” Tirò a indovinare.
“Cinque” risposi con un sorriso nervoso.

Il racconto prosegue, cliccate sulle pagine qui sotto…

Strana cosa, la memoria di Giovanna Ruffatto – Primo Livello Adulti. Corso di Scrittura Online

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Strana cosa, la memoria
di Giovanna Ruffatto

Corso Adulti – Primo Livello

Era uno di quei giorni d’inverno, dove l’odore di umido impregna l’aria.
La nonna era nell’altra stanza. La camera ardente allestita nella casa di riposo profumava di rosa. A nostra nonna Elsa erano sempre piaciute le rose.
Arrivai all’ultimo, come al solito. Questa volta però non fu un caso, ma un fatto voluto.
Arrivai confondendomi tra il chiacchiericcio delle assistenti, degli addetti alla portineria e del bar, tutti in divisa.
Anche l’anziano Direttore ed il figlio erano in un angolo che parlottavano ad aspettarmi. Erano tutti quelli che se ne erano occupati anche al posto mio per tredici anni.
Mio marito ed i suoi parenti mi lasciarono andare avanti da sola. Non sarebbe potuto essere diverso. Tirai il fiato. Mi sentivo come un’amazzone al galoppo. Raggiunsi gli altri quasi correndo. Sembrava che mancassi solo io.
Poi entrai nella stanza. Un altro respiro lungo, indispensabile. Odore di formalina e rosa. Nebbia sugli occhi mentre guardo quel viso smunto che non pareva neanche più il suo. Le dita incrociate sul rosario, intorno al collo la sua collana di perle bianche e poi la camicia di seta sopra la gonna di lana, le calze beige e le scarpe con la fibbia lucida.
Quanto tempo era che non la vedevo vestita a festa?
Sentii mio figlio singhiozzare fuori. Un balzo ed ero accanto a lui, come una leonessa. Mia suocera lo abbracciava, mentre lui cercava di ritrarsi. “ Ti prego, almeno per oggi, lascia perdere” , dissi secca e lo presi per mano, piano.

Mi accovacciai accanto a lui in un angolo. Mi sembrava così piccolo, stretto nel suo cappottino nero, di lana buona. Ale non mi guardava mentre gli parlavo. Continuava a voltarsi verso il corridoio, verso la porta di ingresso. Ad ogni scorrere dei vetri, si girava di soprassalto.
“ Marco non verrà. Sarebbe venuto ieri. Lo sai che gli ho anche fatto telefonare”.
Avrei voluto abbracciarlo, stringerlo, dirgli che anch’io lo stavo aspettando.
Marco lo avevo aspettato tutto il giorno prima, dal mattino, quando dopo aver portato Ale a scuola , ero andata al capezzale della nonna.
Dopo che il telefono fisso mi aveva svegliato tra gli incubi di una notte qualunque, dopo che ero corsa giù per le scale tenendomi al muro per non cadere, dopo che mi ero seduta sul divano, dopo che avevo chiesto una pausa alla voce dall’altro capo, perché non riuscivo a capire, dopo che mi aveva spiegato che respirava male, dopo che mi aveva chiesto se doveva chiamare l’ambulanza, dopo che ci avevo pensato, dopo che avevo risposto di no.
E lì ero rimasta sola poi dal mattino mentre albeggiava,tra i suoi sospiri periodici, il gorgoglio dell’umidificatore, il soffio dell’ossigeno, il rollio lieve dei carrelli in corridoio, i passi svelti del personale, il ticchettio dell’orologio a muro. Anch’io non mi sentivo bene. Ma questo a mio figlio non potevo dirlo.
Non lo potevo dire a nessuno.
Solo chi è passato dall’inferno se lo può ricordare.
Ale annuiva piano mentre gli parlavo. Si era calmato. Restavano due gocce di lacrime ai lati del suo viso, appese.
Un altro respiro lungo. Feci chiudere la bara.

*

Subito non avevo riconosciuto la voce. ” Pronto. Pronto”. Quasi urlavo con insistenza, ero diventata un po’ sorda ultimamente. Me lo aveva confermato l’otorino.
Sorda, un poco accecata, con dolori lievi, a volte intensi, che non mi lasciavano già dal letto, già dal mattino.
Subito mi era parso Ale, ma il tono non era quello spensierato del mio ragazzo.
” Sono io”. E in tutta quella breve frase un lampo. Una vita.
Era la frase che Marco usava per svegliarmi. Vivevamo insieme da poco, allora, seppur fratelli.
Mia nonna Elsa veniva a casa nostra tutti i martedì e giovedì di ogni settimana comandata. E mia madre nello stesso istante usciva. Ci preparava una minestrina gustosa alle sette di sera, lavava i piatti, raccoglieva la biancheria sporca nella sua borsa di cuoio e poggiava un pacco profumato di appretto di biancheria stirata sul tavolo, senza dire una parola.
Tutti i sabati pomeriggio veniva a prendere mio fratello per lasciare la figlia tranquilla col marito e a me alla domenica, dopo la Messa.
Passavamo così da nonna Elsa tutti i fine settimana, tra semolini dolci e bistecche impanate piccole e sottili e patate a quadretti, che solo a tagliarle ci aveva messo una giornata.
Io poi andavo nella sua camera a studiare tutto il pomeriggio, mentre mio fratello le faceva compagnia sul divano mentre guardavano ” Domenica in”.
Poi la domenica sera, prima delle otto ci riaccompagnava casa. Prendevamo due pulmann e due coincidenze. E poi tornava a casa, prima che fosse troppo tardi. Io la guardavo dalla finestra della camera, mentre attraversava il corso ed aspettavo, senza dire niente a nessuno, finché risaliva sul pulmann.
Nonna Elsa cercava di trattarci allo stesso modo. Allo stesso modo eravamo i figli di sua figlia. Anche se io ero vissuta con mio padre e lui col suo e mia madre.
A nove anni arrivai a casa loro coi miei quattro vestiti buoni, i quaderni, il portapenne ed i libri. Che ho potuto sistemare in un unico scaffale della sua cameretta.
Che poi era un salotto, col tavolo rotondo al centro, ricoperto da un copritavolo all’uncinetto, circondato da quattro sedie imbottite di tessuto arancio, come parte delle antine dell’enorme armadio a muro, che arredava le pareti, su misura.
Il resto delle ante era color panna tra intermezzi ciliegio scuro, la moquette blu e i tendoni che impedivano alla poca luce di entrare, che rendevano tutto così scuro, anche nelle giornate di estate. Il neon della plafoniera illuminava solo un cono, sotto cui si doveva stare per poter studiare.
Il letto di Marco era stato previsto dal mobiliere. Un letto incassato nella parete, che veniva tirato giù solo poco prima di andare a dormire. Chiuso con una chiave inarrivabile per noi due bambini.
Il mio era un mobile letto, di quelli aggiunti per gli ospiti. Il materasso lo ripiegavo insieme alla rete al mattino, piegando insieme anche le gambe del letto di metallo, e le lenzuola , le coperte. Tutto fino a sera. Anch’io avevo il divieto di stendermici, fino a prima di coricarmi. A meno che non avessi la febbre. O dovessi andare a letto senza cena e chiudermi dentro quella stanza da sola, al buio, per castigo.
Allora era il momento che mi tornavano a trovare. Incubi a voce alta, incontrollati, incontrollabili. Nonostante Aldo, suo padre, se ne fosse lamentato più volte con mia madre, perché svegliavo tutti. Svegliavo il figlio Marco, che dormiva nella cameretta con me e svegliavo lui, soprattutto.

*

E mia madre me ne aveva parlato, una mattina, mentre facevo colazione.
Io bevevo il the e lei era quasi imbronciata, un po’ in imbarazzo davanti alla figlia che aveva solo creato problemi a tutti. E adesso non la smetteva con questo fatto, increscioso, di urlare la notte.
” E allora che avevi da urlare?”mi domandò . ” Non lo so” risposi.
“Come non lo sai? E’impossibile”. “Non mi ricordo”, tagliando corto, sempre, con sta storia della memoria. Mentre sorseggiavo il the caldo col limone. Lo sa che mi fa schifo il limone. Pensa che mi passi la nausea. Non mi passerà mai.
Ero dietro la poltrona verde della mia cameretta che avevo da mio padre. Nascosta nel buio sentivo un respiro affannato e vicino. Troppo per non avere paura.
Cosi avevo iniziato ad urlare:” Papà? Sei tu?”. Ma il respiro non cessava. Si faceva più vicino. ” Papà, papà. Aiutami”. Pensavo di essere al limite della disperazione, della paura.
Fu lì, che sentii per la prima volta la sua voce flebile:” Sono io”. E tutto passò. Aprii gli occhi e vidi tra la porta a vetri smerigli e la luce del bagno una figurina accanto a me. Marco, in piedi.
Fu lì che capii che avere un fratello, anche se conosciuto tardi, anche se pareva non mi volesse bene, anche se non avevamo lo stesso gruppo sanguigno, fosse importante.
Ora sentii lo stesso tono, tremulo :” Sono io”.
Feci due calcoli veloci. Doveva avere settant’anni.
E che voleva da me dopo venti anni di silenzio, dopo che aveva interrotto ogni comunicazione, dopo che non si era presentato al funerale di nostra nonna, dopo che era sparito dalla mia vita, come chi non ci è mai entrato davvero?
Avrei potuto buttare giù, staccare la comunicazione, il telefono, il filo.
Invece mi venne in mente mia nonna Elsa quella mattina dove l’odore di umido impregna l’aria. Respirava male. Mi riconobbe appena.
Poi, quando fu sicura che fossi io, mi strinse la mano nella sua, fredda, marezzata.
Sussurrava.” Promettimi che non litigherai con Marco, che non farai come hanno fatto tua madre e sua sorella.Mai. Promettimelo”.
Ed io promisi. Solennemente annuii piu volte col capo e risposi:” Te lo prometto, nonna Elsa”.
Era arrivata l’ora. Avrei potuto buttare giù e tutto sarebbe stato dimenticato. Gli anni insieme, i vent’anni lontani e le ingiustizie, le menzogne, le promesse non mantenute.
Invece risposi:” Come hai fatto a trovarmi? “.
Silenzio.
Che era già più di niente.

REDENZIONE: Un racconto in 14 capitoli di Francesco Breda (corso di scrittura online adulti)

Un nuovo racconto breve, a conclusione del percorso di tre livelli dei corsi online di scrittura di Moony Witcher. Questa volta il corsista che raggiunge il traguardo è Francesco Breda. Congratulazioni!

REDENZIONE
Un racconto in 14 capitoli
Francesco Breda

Terzo livello adulti
Corso di scrittura online

Gocce di pioggia tra la sabbia di Anna Dee – Primo Livello Adulti. Corso di Scrittura Online

Gocce di pioggia tra la sabbia
di Anna Dee

Corso Adulti – Primo Livello

La sabbia che conserva il calore del giorno si alza sollevata dal vento. Si aggrega prendendo la forma di un lungo serpente che, strisciando sulle dune, si ingrossa risalendo verso il cielo, illuminato da migliaia di stelle. Contro i profili d’onde, due figure avanzano a fatica verso l’ovest, un uomo e una donna soli. Si tengono per mano, il volto coperto da grandi fazzoletti di stoffa, gli occhi pieni di terra, persi in un oceano di colline che arrivano ad altre colline. Una distesa che pare infinita, finché in lontananza la luna appena sorta accende i bagliori di metallo della grande nave. Lei gli stringe forte la mano rivolgendogli uno sguardo dolce, mentre con l’altra mano trattiene e accarezza la grossa pancia. Sorride di un sorriso che lui non può vedere. A fatica scosta un lembo del fazzoletto e gli parla quasi urlando in mezzo al vento e alle nuvole di polvere.
─ Mario… Siamo arrivati…
Lui alza le sopracciglia, scuote la testa… Non capisce, ma la abbraccia e la stringe a sé.

***

Nuvole indaco e arancio si rincorrono nel cielo, strappato da lunghi lampi viola, rotolando sull’oasi di grattacieli lucidi di specchio, stagliati contro l’orizzonte. Si dirigono verso Piazza della Parabola, dalla quale partono come ragnatela lunghe strade liquide, terse dall’ultimo temporale. Mario Ventidue cammina a testa bassa. Non riesce ad apprezzare l’aria pulita né il profumo di carni cotte e verdure che scavalcano le finestre delle Persone Comuni, privi di lussi d’aria condizionata. Ha appena finito di lavorare e sta per prendere l’aeromobile lasciata un’ora prima sotto l’ombra degli alberi di Via dei Tigli, tra alte siepi di lillium rosa. Accende la vettura che viene sollevata da potenti soffi del motore. Gira la manopola accendendo la musica. Continue reading

Il Ritorno del Pettirosso di Cinzia Vianini

Un nuovo romanzo breve, a conclusione del percorso di tre livelli dei corsi online di scrittura di Moony. Questa volta la corsista che raggiunge il traguardo è Cinzia Vianini. Congratulazioni!

Il Ritorno del Pettirosso
Cinzia Vianini

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Il racconto è anche scaricabile QUI