La casa dei misteri di Elisa Consiglio (corso di scrittura online Bambini – Primo Livello)

Quanti gradini, mi ritrovai a pensare sbuffando, mentre salivo gli innumerevoli scalini di legno della scalinata della villa. Avere una stanza al terzo piano forse alla lunga non si sarebbe dimostrata una gran cosa.
Guardai il cellulare dopo aver sentito una vibrazione.

Ale🐧:
Hey sister…sarò a casa entro le 17:00, ho trovato lavoro alla caffetteria in paese (la barista è super, la presento a Jo quando viene) e inizio oggi… voglio fare una buona impressione. Mamma e papà sono in giro per negozi, Gi vanno a prenderla loro. Fai la brava bimba, okay?
Io:
Okay
Ale🐧:
Okay? Non sono Augustus ed è tutto quello che rispondi?
Io:
Non sono una bimba, Ale.
Ale🐧:
Ecco, appunto. Ciao coniglietta!
Io:
Stammi bene, pingu. E non fissare la barista! Ti ricordo che hai una ragazza.
Ale🐧:
Lo so, scema
Io:
Vai a lavorare, idiota.
Ale🐧:
Ti voglio bene♥️
Io:
Anch’io♥️

Riposi il cellulare nella tasca dei jeans, continuando a salire le scale, passando oltre il secondo piano. Possibile che per prendere le cuffie avrei dovuto fare quella salita ogni giorno? Perché avevano deciso di fare la scala a chiocciola, quegli architetti? Così erano molti più giri.
Aprì la porta della camera dalle pareti azzurro chiaro, senza accendere la luce, e mi diressi verso la scrivania, facendo lo slalom tra le buste di vestiti che dovevo ancora sistemare e scostando i libri ammucchiati sul piano di legno. L’ordine non era il mio forte, ma eravamo arrivati solo da pochi giorni, dopotutto.
“Eccole!” Esclamai trionfante, sollevandole.
Mentre le snodavo vidi con la coda dell’occhio una maniglia…un attimo, una maniglia?
Mi avvicinai, spostando di lato l’armadio. C’era una porta! E io non l’avevo vista!
Beh, logico dato che era rivestita di carta da parati ed era nascosta dall’armadio. Misi in tasca le cuffie, probabilmente annodandole ancora di più, ma in quel momento verificare se la porta era chiusa a chiave o no era in cima alla lista delle mie priorità.
Aperta. Sbirciai oltre e vidi degli stretti scalini che salivano. Che male c’era a percorrerli? Quella era pur sempre casa mia.
Salì i gradini guardandomi intorno, non vedendo altro che una carta da parati strappata in più punti e qualche ragno piuttosto grosso. Un po’ troppo grosso.
Arrivata in cima mi ritrovai davanti ad una porticina di legno che non sembrava molto solida. La spinsi leggermente ed infilai la testa nello spiraglio che si era aperto, sbirciando una stanza stretta e lunga la cui unica fonte di luce era un lucernario, dato che le varie candele appoggiate ad un traballante tavolino basso erano, naturalmente, spente e piuttosto consumate. Davanti e alle spalle del tavolino c’erano un divano ed una chaise-longue particolarmente consumati ed al centro della stanza, proprio sotto il fascio di luce, una poltrona rossa dall’ampio schienale sembrava non aspettare altro che qualcuno vi ci sedesse sopra e probabilmente aspettava da molto. Ai lati della stanza erano disposte librerie di legno chiaro, con alcuni scaffali quasi vuoti ed altri pieni di libri.

“Una mattina l’hanno trovato morto sulla poltrona nella stanza dove era solito leggere…quella soffitta, hai presente?” Le parole di Luca mi tornarono in mente di colpo. Anche se ero sicura che fosse solo uno scherzo, improvvisamente avvertì una sensazione di gelo. Pensavo che alludesse all’altra parte della soffitta…quella dove erano ammucchiati alcuni vecchi mobili, invece…invece c’era anche un’altra parte.
Con una poltrona…e delle librerie.
Perché d’un tratto avvertivo un magone in gola? Sciocchezze, ero una stupida a preoccuparmi…
“Isa!” Sentì la voce di mia sorella Giorgia “Vieni giù!”
Sobbalzai, mentre la porta si chiudeva rumorosamente.
Scesi le scale, con una velocità maggiore di quella che avrei voluto, rischiando quasi di cadere. Mi sentì molto stupida, ma non potei farne a meno.

“Mi mancate anche voi” mi sedetti sul letto, mentre l’orecchio iniziava ad essere spiacevolmente caldo a causa della lunghezza della telefonata” Ci sentiamo dopo, okay? Qua ci vanno giù pesante con i compiti…salutami tutti. Baci.”
Posai il cellulare sul copriletto blu notte e mi lascia cadere pesantemente sul letto. Osservai pigramente la stanza al di là delle tende bianche, la finestra dalla quale si vedevo le cime degli alberi, la libreria, la porta sulla quale forse avrei attaccato un poster di Newt Scamander, poi voltai la testa verso l’armadio, alla sinistra del letto, e il mio sguardo ricadde su un libro piuttosto piccolo, quasi infilato sotto l’armadio.
Mi alzai. Non potevo assolutamente permettere che rimanesse a terra.
Lo raccolsi dal pavimento e mi soffermai sulla copertina rigida.
“The picture of Dorian Gray” diceva il titolo. Forse Alessandro voleva esercitarsi con l’inglese leggendo il ritratto di Dorian Gray in lingua originale? Mi sembrava poco probabile, ma era l’unica spiegazione logica che fui in grado di elaborare. Sfogliai qualche pagina…e lessi delle note scritte a penna in una scrittura piccola, fitta terribilmente ordinata…in francese. Mio fratello aveva studiato spagnolo. Mio fratello scriveva sempre in stampatello larghissimo…perché sembrava che la mano mi tremasse?
Sospirai. Probabilmente quello scemo era andato a curiosare nella parte della soffitta a cui si accedeva da camera mia, aveva sentito le voci che giravano in paese sui misteri e le leggende della casa e voleva farmi uno scherzo. Scossi la testa mentre abbassavo la maniglia della porta che si confondeva con il muro ed iniziai a salire le scale. Non avevo più provato ad andare in soffitta dal giorno prima, presa dalla biblioteca al primo piano, dai compiti provati a fare nella “sala studio” del secondo piano e dalla sistemazione di servizi di piatti, tazze e posate nei cassetti e negli scompartimenti della cucina nuova. Mi fermai davanti alla porticina di legno, stringendo il libro. L’aprì con indecisione e con altrettanta incertezza mossi i primi passi all’interno dell’ambiente polveroso, cercando di evitare la poltrona e di focalizzarmi sulle librerie. Mi avvicinai piano agli scaffali, stringendomi il libro al petto, tutto sommato ero molto curiosa. Accarezzai il dorso delle copertine dei libri che conoscevo: c’era la Divina Commedia, il Decameron, i Promessi Sposi, il Principe…
Abbassai lo sguardo: Gargantua et Pantagruel, Les Miserables, libri di autori che non conoscevo. Mi spostai su un’altra libreria…su uno scaffale vidi Don Chisciotte, su un altro opere di Shakespeare e Jane Austen, pubblicazioni postume dato che il nome dell’autrice non era quello di un uomo, su cui mi soffermai con un sorriso, Tennyson, Dickens, Carrol.
I libri erano ordinati per nazionalità degli autori, compresi con un sorriso intenerito. Cercai di farmi venire in mente qualche scrittore irlandese oltre a James Joyce mentre mi aggiravo per gli scaffali, spostandomi poi all’altro lato della stanza, completamente dimentica che lì probabilmente era morto qualcuno.
Eccolo! Pensai avvistando il fantasma di Canterville e Dubliners. Posai il libro, mettendomi poi le mani in tasca. Mi spostai in fondo alla stanza, dove riposavano delle tele che non avevo notato. Mi accovacciai vicino ai dipinti, ammirando alcuni paesaggi, un lago di un blu ormai scolorito incorniciato da un verde sbiadito, un tramonto il cui rosso una volta doveva essere stato intenso, ed il ritratto di un uomo ed una donna che si tenevano per mano, vestiti in abiti dell’epoca vittoriana, o almeno li collocai in quel periodo storico. Erano eleganti, lui con un formale completo nero ed una camicia bianca, lei con un cappellino e un vestito rosa chiaro. Sorridevano entrambi. Mi soffermai sulla rappresentazione di una stanza, forse un salottino, lo sfondo scuro, l’unico colore più vivo era il verde del divano logorato dal tempo, o forse dal troppo uso. Un verde troppo vivo. Troppo vivace rispetto ai colori delle altre tavole. E quel divano…quel tavolino…la chaise-longue…
Mi voltai. Erano identici a quelli della soffitta.
Lascia cadere il dipinto, mi precipitai verso la porta e senza neanche preoccuparmi di chiuderla scesi velocemente le scale.
Quella stanza era troppo inquietante per restarci a lungo.
Chiusi la porta che dava sugli scalini, afferrai il telefono ed uscì dalla mia camera, continuando la discesa. Mi fermai al secondo piano. Forse vedere un po’ di televisione mi avrebbe distratta da quelle leggende che stavano prendendo un po’ troppo spazio nella mia mente.
Il secondo piano ospitava la camera dei miei genitori, il loro bagno, il bagno che usava mio fratello, lo studio di papà, due piccole stanze comunicanti che io e Giorgia usavamo come sale studio ed un salottino dove avevamo messo un televisore e la Playstation. Era uno spazio interamente dedicato a noi tre, c’era un bersaglio per le freccette di Alessandro, i kit da disegno e cucito di Giorgia, un Mac su una scrivania, un divano foderato di rosso pieno di cuscini gialli e arancioni con accanto una lampada ed ancora un’alta poltrona arancione che creavano una condizione perfetta per le letture invernali.
Dopo che mi fui seduta sul divano, appoggiata al bracciolo sinistro come al solito, e aver portato le gambe al petto, realizzai che non volevo andare su Netflix, nonostante mi ripromettessi di guardare Teen Wolf da quasi tre settimane.
Mi alzai sbuffando. Ero in uno di quei momenti in cui hai una gran voglia di fare qualcosa, ma quando ti metti lì per farla non ne hai più voglia e pensi subito a qualcos’altro. Ero un fascio di nervi e non sapevo cosa fare per scaricare quell’improvvisa tensione.
Scesi le scale. Forse tutti quei gradini alla fine non erano male.
Opzioni al primo piano: mangiare qualcosa in cucina, buttarsi su un divano che più che essere comodo era un pezzo d’antiquariato piuttosto delicato, andare nella vecchia biblioteca ed iniziare a fare una lista delle cose da buttare dei vecchi proprietari.
L’opzione uno non era poi molto salutare, dato che probabilmente mi sarei divorata un intero pacco di patatine, l’opzione due era da scartare…l’opzione tre era decisamente la più allettante.
Sorpassai il sopracitato divano e gli altri mobili scuri, forse anche troppo dato il rosso cupo e il legno scuro delle credenze e del tavolino, sbucai in sala da pranzo afferrando una delle tante mele contenute nel centro tavola, il cambiamento dal rosso cupo al color crema delle pareti era quasi destabilizzante, tirando dritto fino ad arrivare alla pesante porta a doppio battente della biblioteca. La spinsi con forza, era pesantissima, e lasciai che si chiudesse con un tonfo alle mie spalle. Pigiai sull’interruttore e i tre lampadari subito illuminarono la stanza. La luce naturale era quasi completamente tagliata fuori da quell’ambiente, l’unica grande finestra era coperta da pesanti tende bordeaux, gli scaffali di mogano, un grande tavolo di legno che dava un senso di pesantezza disposto verticalmente proprio al centro. Quella stanza, insieme al salotto, era quella che aveva subito meno cambiamenti da quando erano arrivati i nobili francesi in fuga dai rivoluzionari e probabilmente, date le modifiche che mamma voleva fare in soggiorno, l’unica che sarebbe rimasta quasi intoccata anche da noi.
La penultima famiglia che aveva comprato la casa, negli anni settanta, aveva venduto i candelabri di ottone e li aveva sostituiti con i lampadari. Per il resto nulla era cambiato dal 1791, quando una famiglia nobile si era stabilita lì a tempo indeterminato. I libri si erano accumulati ed io avrei dovuto scegliere quali tenere e quali dare alla biblioteca comunale. Di buttarli non se ne parlava.
Mentre mi chiedevo distrattamente se la signorina Angelini ci aveva presi in giro con quella storia e se era vera, e perché nessuno dei precedenti proprietari avesse pensato di sbarazzarsi di quei vecchi tomi, magari anche vendendoli a qualche collezionista, o di cambiare l’arredamento o magari proprio la funzione della stanza, avanzai verso il primo scaffale a sinistra.
La storia infinita? Mi chiesi afferrando il libro. Tomi antichissimi…
Continuai la selezione, prendendo dei testi, in quello che probabilmente era latino, dalle pagine delicatissime, e posandoli sul tavolo. Trovai anche un libro sul linguaggio dei fiori, un manuale di scherma, uno sulle spade scritto in francese ed un libro, sempre scritto in francese, di cui potevo comprendere solo le illustrazioni di alcuni fiori bellissimi ed esotici.
Mi sedetti al tavolo, su una sedia dall’alto schienale, continuando ad esaminare il libro, giocherellando con il picciolo della mela e cercando di capirci qualcosa. Risultato: capivo solo che, dato l’uso più che frequente dell’imperativo, probabilmente erano delle istruzioni per qualcosa. Un “velenoso” un po’ sbavato mi accese una lampadina: forse era un libro sui veleni? Questo avrebbe spiegato le varie illustrazioni iniziali di mortai e pestelli.
Sfogliai delicatamente le pagine ingiallite e mi bloccai sobbalzando sul disegno di un teschio.
“Pericolo” mormorai provando a tradurre” Mor..morbide”
Mi morsi un labbro. Che porta alla morte.
“Non è più farmacia…” continuai sforzandomi nonostante l’assenza del dizionario ” è…morte”
D’un tratto sembrava che la temperatura nella stanza fosse precipitata, avevo la pelle d’oca ed i peli sul braccio rizzati.
Ingoiai un groppo in gola, le gambe molli ed un senso d’angoscia si impossessò di me.
C’era qualcosa lì dentro…qualcosa che impediva al mio diaframma di rilassarsi per aumentare di volume la gabbia toracica, qualcosa che intrecciava le mie budella e giocava a bunji jumping con il mio cuore.
Mi alzai sforzandomi di controllare il respiro e di non correre verso la porta. Mi sembrò che aprirla fosse più difficile di prima, ma forse erano solo le mani troppo sudate. Corsi fuori, sbattendomi alle spalle la porta della biblioteca ed il portone d’ingresso, verso il giardino sul retro. Dovevo assolutamente darmi una calmata.
Subito.
Alessandro mi trovò sul dondolo che ci avevano regalato i nonni e avevamo posizionato sotto un salice piangente. Era il mio posto preferito. Nascosta da quei lunghi rami verdi trovavo la serenità e chiudevo gli occhi per ascoltare “i rumori della natura”.
“Abbiamo trovato un gatto!” Mi disse con un gran sorriso e gli occhi verdi gioiosi “Sembra quello del racconto di Poe, hai presente? Il gatto nero che è stato murato vivo con il cadavere della moglie del protagonista” si sedette accanto a me a gambe incrociate.
“Ha un occhio solo?” Chiesi leggermente preoccupata.
“No, ma potrei sempre cavarglielo…”
“Non ti azzardare!” Esclamai voltandomi verso di lui “E poi con quale scusa ti potresti giustificare?”
“La mia rabbia da futuro alcolista” mi rispose tranquillo.
Scossi la testa “Dove l’avete trovato?”
“In soffitta.”
Strinsi le labbra? “In soffitta?”
“Sì, chi l’avrebbe mai detto che fra tutti quei mobili vecchi poteva esserci un gatto? Si sarà calato dal lucernario in qualche modo…”
“Già” mi limitai a rispondere reprimendo un moto di sollievo.
Mi sentivo, per qualche assurdo motivo, più tranquilla a sapere che quel gatto non proveniva dalla mia parte della soffitta.

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