La casa dei misteri di Elisa Consiglio (corso di scrittura online Bambini – Primo Livello)

Per tutta la settimana seguente continuai a trovare libri sul pavimento della mia stanza, vicino all’armadio. Prima Rabelais, poi Boccaccio, dopo ancora Dickens. Gli rimisi tutti a posto, su in soffitta, e rimproverai mio fratello che reagì con un’espressione sinceramente meravigliata. Mi aggrappavo con tutte le forze alla consapevolezza che era un bravo attore e cercavo di non inquietarmi troppo.
Tenni solo una vecchia edizione di Orgoglio e Pregiudizio. Era intonsa, non c’erano sottolineature o note a piè di pagina come negli altri libri e forse per questo l’avevo accettato. Potevo illudermi che non fosse appartenuto a qualcun altro e che era semplicemente…vecchio.
Avevamo chiamato il gatto, nero ma non grosso come quello del celebre scrittore dell’orrore, Minerva e passavo molto tempo con lei. Stranamente, non voleva mai seguirmi in biblioteca, dove non entravo più da sola, o in soffitta quando andavo a rimettere a posto i libri. Era come se qualcosa la turbasse. Cercavo sempre di allontanare dalla mia mente il pensiero che quando si parla di fantasmi, gli animali sono più sensibili degli umani e avvertono prima qualsiasi presenza sovrannaturale.
Il venerdì seguente Alessandro diede una festa, autorizzata da mamma e papà che erano a cena fuori con Giorgia e la famiglia di una sua nuova compagna di classe, a cui aveva invitato sia i ragazzi del paese che i suoi amici di Frascati, che per l’occasione dovevano definire i dettagli della partenza per Milano, dove sarebbero dovuti andare per l’università l’anno dopo.
Ero l’ unica a non essermi fatta amici, troppo attaccata al telefono a parlare con quelli che avevo lasciato a casa o a fare ricerche sulla casa dei misteri. Forse Luca era quanto di più vicino avevo ad un amico, ma il resto della classe quasi mi ignorava. Non riuscivo ad integrarmi in nessuno dei gruppi nella quale era divisa e non uscivo mai in paese per conoscere qualcun altro. Dovevo darmi una mossa e socializzare.
Presi una lattina di Coca Cola dalla cucina e mi diressi in giardino, passeggiando lungo il basso muretto che recintava la villa.
Mi mancava Frascati, San Rocco, l’Ombrellino, mi mancava ridere con i miei amici, riprenderli quando esageravano con le imprecazioni, fare l’enciclopedia ambulante, mangiare gelati a palate sperando di incontrare il ragazzo che piaceva ad una mia amica per costringerli a parlare, le passeggiate fatte di chiacchiere, i risparmi prosciugati per i biglietti del cinema, fregare i popcorn di qualcuno vicino a me mentre vedevo un film sperando di sentire altro che gli innumerevoli commenti fatti a mezza voce.
Sospirai.
“Signorina, voi sì che sospirate” disse qualcuno” Posso chiedervi il motivo?”
Voltai il capo di scatto verso il muretto, sul cui bordo stava, in piedi, senza un accenno di paura di cadere, un ragazzo alto, pallido, dai ricci castano scuro, gli occhi azzurri scintillanti e un sorriso appena accennato.
Lo guardai incredula, mentre il suo sorrisetto si allargava, prima di decidermi a rispondere:”Chi sei tu?”
“Ah bene” iniziò a camminare avanti e indietro sul muretto, come se niente fosse” Possiamo darci del tu.”
“Chi sei?” Ripetei vagamente scocciata.
“Chi sei tu, piuttosto.” Sembrò perdere il sorriso, con le mani in tasca e l’aria seria.
“Ho fatto la domanda per prima” replicai “e tu sarai il primo a rispondere”
“Insinuate di essere in vantaggio su di me, mademoiselle?”. Aveva ripreso a sorridere, con quell’aria condiscendente che hanno gli adulti davanti a dei bambini che giocano a fare i grandi.
“Beh…sì” risposi.
Scosse la testa con la stessa espressione, i capelli che gli andavano davanti agli occhi “Vi sbagliate. Non sapete chi sono io ed io non so chi siete voi, ma almeno so chi sono”
Alzai un sopracciglio ” Anch’io so chi sono”
“Oh, no no no.” Con un balzo scese dal muretto, atterrando davanti a me. Sussultai per la sorpresa.
“Per conoscersi” continuò “occorre tempo. Molto tempo” mi stava guardando negli occhi, l’aria divertita completamente svanita. Sembrava quasi…malinconico “E voi, mia cara, sembrate decisamente troppo giovane per conoscere davvero la vostra persona” Ecco, era tornato quel mezzo sorriso, ma quello strano duo di serietà e tristezza non lasciava il suo sguardo.
“Suppongo che tu su questo abbia ragione” commentai trovando la voce chissà dove “ma anche tu mi sembri molto giovane.”
“Appunto” replicò con un sogghigno “sembro.”
Rimasi in silenzio. Che voleva dire quel “sembro”? Magari era un pedofilo con un bravo chirurgo plastico? E come faceva ad essere così agile? Come aveva scavalcato? Da dove veniva? Chi era?
“Se vuoi una risposta alle domande che ancora non hai il coraggio di formulare” disse piano ” fatti trovare tra cinque minuti in soffitta. Sai bene quale parte”
Sobbalzai, d’un tratto spaventata, ed aprì la bocca per chiedere spiegazioni, ma prima di articolare anche solo una parola mi resi conto che ero sola. Mi guardai attorno. Niente. Era sparito.
Strinsi la lattina che avevo in mano, tornando dentro casa. Avevo forse immaginato tutto?
Cedetti la Coca ad un ragazzo che non avevo mai visto, salendo le scale scansando gente che si lanciava cibo addosso e addirittura due coppette che si sbaciucchiavano, indicando il bagno del primo piano a cinque persone e quello di Ale ad altre cinque. Meglio evitare le file.
Al terzo piano non vidi nessun estraneo, ma ebbi comunque l’accortezza di richiudere la porta della mia camera alle mie spalle. Arrivata sul secondo gradino della scala che portava alla soffitta mi fermai. Perché lo stavo facendo? Probabilmente era solo uno scherzo della mia immaginazione. E allora perché avevo così tanta voglia di salire quelle scale?
Uno, iniziai a contare salendo, due, tre… quindici gradini in totale.
Spinsi piano la porta, infilandomi nel piccolo spazio che avevo aperto.
Comodamente sdraiato sulla chaise-longue il ragazzo di prima scuoteva la testa, guardando la poltrona di cui adesso potevo vedere solo lo schienale.
“Tu passi troppo tempo sui libri, amico mio” stava dicendo in quel momento. “Oh!” Esclamò notandomi “Guarda un po’ chi abbiamo qui. Non vi hanno insegnato a bussare, cara?”
“Ehm…” No. Niente incertezze. Quella era casa mia, miseriaccia, e non potevano farmi sentire una maleducata proprio lì.
Incrocia le braccia al petto “Prego, fai come se fossi a casa tua.”
“Ma io sono a casa mia.” Replicò tranquillo “Su, non fare quella faccia meravigliata, siediti e…” si interruppe guardando di sbieco la poltrona “pardon, sedetevi, e vi spiegherò tutto.”
Mi diressi verso il divano malandato, tentando di sbirciare la poltrona che vi era stata accostata. Vuota. Ma allora con chi stava parlando prima?
Mi sedetti continuando a fissarla.
Il ragazzo davanti a me sbuffò:” Mi rimproveri di non darle del voi e poi non ti fai neanche vedere? Mi starà prendendo per pazzo!”
Beh o sei pazzo tu, pensai, o lo sono io.
Proprio quando stavo per distogliere lo sguardo il profilo di un ragazzo, la pelle candida quasi trasparente, dai capelli biondo scuro, vestito con un gilet nero ed una camicia bianca rigorosamente abbottonata fino al collo e dei pantaloni eleganti dal taglio più vecchio di quelli del mio bisnonno, si delineò seduto sulla poltrona, un libro in mano. Quasi saltai per l’apparizione. Era comparso dal nulla! Non c’era nessuno su quella poltrona fino ad un istante prima.
Il ragazzo si girò verso di me, incrociando gli occhi verde chiaro con i miei castani: “Perdonatemi se vi ho spaventata.” si scusò “Ma per una volta il mio amico ha avuto ragione: sarebbe stato scortese continuare a vedervi senza essere visto.”
Inutile, non riuscivo a rispondere. Sentì una risatina e mi voltai verso il ragazzo comodamente disteso sulla chaise-longue, incenerendole con lo sguardo.
“Si può sapere chi siete?” Esclamai.
“Non ti sei neanche presentato?” Domandò quel…quell’apparizione al ragazzo.
“Chiedo perdono.” Mi sorrise prima di afferrarmi la mano e sfiorarne il dorso con le labbra: “Hugo De Paris.”
“Ugo di Trapani, vorrai dire” commentò l’altro “Sua madre era francese, suo padre non gli stava particolarmente simpatico e non gli piace che il suo nome si pronunci all’italiana” mi spiegò. Poi mi porse la mano, l’accento di un sorriso cordiale: “Paolo de Corsi, piacere.”
“Annalisa Rossi.” replicai concentrandomi sulla consistenza della sua mano cercando di non farglielo notare. Era…solida.
“I fantasmi possono solidificarsi quando lo desiderano.” Mi spiegò Hugo.
“Allora è questo che siete?” Domandai “Fantasmi?”
” Lui sì” rispose Hugo “Io…beh…sono qualcosa di più complicato.”
“Cosa?” Chiesi, la curiosità che prendeva il posto della paura.
“Arriveremo anche a questa risposta” mi sorrise, l’aria soddisfatta” Pensavo che saresti scappata urlando, dato quanto ti sei inquietata quando Paul cercava di prestarti i suoi libri.”
“Allora eri tu!” Esclamai voltandomi verso l’altro ragazzo.
Quello sorrise timidamente e probabilmente se fosse stato vivo, quel pensiero mi diede un brivido, sarebbe arrossito: “Volevo ringraziarv…ringraziarti per avermi riportato il libro e ho visto che ti eri soffermata sullo scaffale inglese…”
“Con la stessa faccia da idiota che ha lui quando decide cosa leggere per la centesima volta” lo interruppe Hugo annoiato.
“Non è idiota!” Esclamammo io ed il fantasma nello stesso momento, scambiandoci poi un sorriso imbarazzato.
Tornai seria di colpo: “Perché siete qui? Le leggende sulla casa sono vere?”
“Sì.” Anche dal viso di Hugo era scomparsa ogni traccia d’allegria.” È iniziato tutto quando sono arrivati i primi de Paris. Sembra che il buon vecchio Dominic volesse mettere al sicuro la sua famiglia dai rivoluzionari, dopo essere scampato alla Grande Paura, ma non si accontentò della sicurezza raggiunta in Italia. Due delle sue tre sorelle ed il fratello più giovane rimasero in Francia e lui, logorato dalla preoccupazione, iniziò a fabbricare veleni da somministrare ai repubblicani. Sperava di riportare lo Stato francese come lo conosceva lui senza rischiare di…perdere la pellaccia, possiamo dire. Si dice che in uno dei suoi loschi traffici con una setta mancò di rispetto ad una strega che lo maledì. Morì, probabilmente un… com’è che li chiamano? Ah sì d’infarto nel 1793, probabilmente prima della decapitazione di Luigi XVI, senza conoscere il destino dei suoi amati parenti. Fu il primo fantasma. Pochi morirono e passarono direttamente al regno oltre la morte, la maggior parte degli spiriti della famiglia infestano questa casa, altri il cimitero. Non vogliono che nessuno cambi la loro casa…o meglio, l’idea che hanno avuto di questa villa.” lanciò un’occhiata a Paolo “Li abbiamo convinti a smettere di far impazzire i vivi con i loro sussurri o tentare di ucciderli.” Si fermò, sembrava alla ricerca di un modo di continuare la sua storia “Le domande dopo.” Mi ammonì vedendo che cercavo di approfittare della sua pausa.
“Sono nato nel 1884, mio padre era un siciliano con dei gravi problemi finanziari e mia madre lo convinse a trasferirsi alla villa.” sorrise “piacevo a tutta la servitù. I fantasmi sembravano avercela con mio padre, perché si era appropriato legalmente della villa nonostante non fosse un de Paris. Non sono mai andato d’accordo con lui e dopo la morte di mia madre…c’erano poche cose che mi trattenevano qui.” lanciò un’occhiata distratta ai dipinti in fondo alla stanza “Sì, li ho fatti io” rispose alla mia espressione interrogativa “A mamma piacevano tanto” abbassò lo sguardo ed io non potei far altro che ammorbidire il mio cipiglio da “voglio spiegazioni e le voglio subito”.
“Avevo diciotto anni.” Rialzò lo sguardo su di me “Mio padre cadde da cavallo nei pressi del cimitero e si ruppe l’osso del collo.” Lo disse con una voce completamente incolore “Avevo perso tutti gli affetti, la compagnia dei miei vecchi amici mi nauseava ed avevo abbastanza soldi per andarmene, andarmene dall’Italia e viaggiare. Andai in Spagna, Portogallo, passai sei mesi in Francia e poi salpai alla volta dell’Inghilterra. Dopo un mese scarso tornai indietro e nel mio giro per l’Europa incontrai un gruppo di baldi giovanotti austriaci. Mi unì a loro, così simili a me nella voglia di scoprire il mondo, e con i nostri cavalli viaggiammo fino a giungere nella zona della Pensilvania, dove ci avrebbe raggiunto un riccone che conosceva il capo del gruppo e voleva unirsi a noi prima che andassimo in America. Lì…” esitò “mi morse un vampiro”
Scontato, pensai distrattamente.
“Quella notte ero completamente ubriaco” riprese Hugo “Non ricordo neanche chi fosse quell’uomo…quando ci ripenso vedo solo degli occhi rossi su un viso pallido e dei canini lunghi come zanne. Quando compresi quello che era successo provai ribrezzo per quello che ero diventato. Rimasi in una stanza di una locanda tutto il giorno, uscendo solo per chiedere della carne al sangue. Avevo… paura di quello che avrei potuto fare in presenza di altre persone. La stessa sera tornai dal mio gruppo di amici, spiegando loro che sarei dovuto tornare in Italia e che non avevo potuto raggiungerli quella mattina perché avevo passato la sera prima con una donna e appena sveglio mi era arrivata una lettera da casa. Non avrebbero dovuto aspettarmi, in quanto per me era impossibile partire con loro. Mi congedai da loro il più in fretta possibile, temendo per la loro incolumità, ripresi il mio cavallo e partì. Ricordo che decisi di tornare davvero in Italia in un momento di depressione. La villa mi sembrava la mia unica possibilità. Durante il viaggio presi confidenza con…il mio nuovo essere, imparai a controllarmi in presenza di esseri umani e nutrirmi solo di animali. Durante il giorno riposavo in infime locande e la notte mi rimettevo in marcia.
Giunto infine alla villa trovai ad attendermi una…sorpresa.”

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