RITORNO A CASA di Giulia Acquistapace – Secondo Livello Adulti. Corso di Scrittura Online

Fu un sonno tormentato, fatto di un misto di pensieri e ricordi, troppo simile e al tempo stesso troppo lontano dalla realtà. Rivide suo padre che con cipiglio lo lasciava alla stazione il giorno della sua partenza per Roma. Rivide lo zio Paolo, che cercava dico municargli qualcosa sui viaggi e sull’importanza degli affetti. Sentì il pianto di Livia in lontananza e al tempo stesso percepì la sua
forza. Sentì una brezza che gli sfiorava il volto e il rumore secco della finestra che si chiudeva. Vide se stesso ed Alberto in un bar a Marsiglia, avvolti dal sole caldo dell’estate. E vide se stesso steso in un letto di ospedale. Ma questo non era un sogno.
Il risveglio fu molto simile al precedente, ma questa volta Livia era lì che gli stringeva la mano.
“Ehi, Bono. Riesci a sentirmi?”
“Sì. Livia. Ti sento.”
La vista continuava a non aiutarlo, ma stavolta ricambiò la stretta e le forze gli sembravano sufficienti per comunicare.
“Amore, dove siamo? Ho sognato che piangevi…”
Livia voleva sembrare sicura e tranquilla, ma il tono della sua voce tradì qualcosa.
“Siamo in Ospedale, a Niguarda. Come ti senti? Non ricordi nulla?”
Il giovane ci pensò su.
-”Mi sento meglio, ma i miei occhi…”
Scavò ancora nei suoi ricordi e quello che gli sembrava il frammento di un sogno surreale stavolta attirò la sua attenzione: era in autostrada, stava tornando a casa da un servizio a Piacenza. Era stanco, ma soddisfatto. Avevano appena risolto un caso di contrabbando di opere d’arte. Da circa un mese lo avevano assegnato ad un indagine che gli richiamava alla mente l’esperienza romana, sulle tracce di capolavori rubati, contraffatti e recuperati spesso grazie alle sue abilità informatiche.
Aveva gli occhi pesanti, ma ancora pochi chilometri lo separavano da casa: non voleva mollare.
All’improvviso sentì uno scoppio, ma i riflessi rallentati dalla stanchezza non gli permisero di mettere a fuoco il problema. Il semiasse del camion che stava superando aveva ceduto. Il mezzo pesante sbandò ed urtò contro la sua utilitaria. Sentì il rumore assordante, lo ricordava chiaramente. Poi più nulla.
“Il camion… Ma cosa è successo? Quanto tempo è passato?”
Omobono cominciava ad agitarsi. Cercò di nuovo di aprire gli occhi, di tirarsi a sedere. Mosse la mano e la portò al volto: sentì una benda che velava lo sguardo.
“Bono, calmati. I dottori dicono che sei stato fortunato, in pochissimo tempo tornerai come nuovo. Ma c’è stato un problema. Il trauma al volto è stato forte… La tua retina si è staccata. In entrambi gli occhi. Devono operarti, dicono che ci sono buone probabilità che ritorni come prima. Il cerchiaggio, così l’hanno chiamato, ti aiuterà in poco più di un mesetto a tornare a vedere.”
Passarono pochi istanti in silenzio, poi Omobono realizzò.
E si sentì crollare il mondo addosso.
Ecco perché non riusciva a vedere. Ecco perché era tutto buio o luce. L’intervento: voleva crederci.
Ma se fosse andato male? Che vita sarebbe stata senza la vista? No. Non doveva pensarlo. Ma l’immagine di lui in poltrona incapace di muoversi senza assistenza, di vivere senza qualcuno al fianco lo soffocava. E il suo lavoro? Era la sua vita! Non avrebbe mai più rivisto il suo commissariato. Un invalido, ecco cosa rischiava di rimanere. Non avrebbe mai più rivisto la sua casa. Non ci sarebbe più stata la campagna che tanto amava. Solo ora si rammaricava per averla guardata troppo poco attentamente. No. Non sarebbe successo. Se i medici gli proponevano l’intervento qualche possibilità doveva esserci. Si tranquillizò e aspirò a fondo. Fu allora che sentì il profumo di Livia che in silenzio continuava a stringergli la mano, dandogli la possibilità di metabolizzare la notizia senza fargli mancare la sua ferma vicinanza.
“Amore, vedrai che andrà bene.”
Ma ancora la voce della donna tradiva la vera paura: quella che l’uomo della sua vita non sarebbe più stato lo stesso, non sarebbe più tornato a vedere.
Omobono si sentì sopraffatto: non avrebbe più rivisto lo sguardo dolce che tanto amava, i gesti quotidiani che rendevano speciali ogni loro giorno insieme.
Si portò le mani agli occhi e, nel buio totale, le lacrime cominciarono a scendere in silenzio.

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